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Graffito Alan Kurdi

Il dramma di Alan Kurdi non ha insegnato niente, in cinque anni morti 700 minori

Cinque anni fa si parlava della scioccante immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano rinvenuto senza vita sulla spiaggia turca di Bodrum. Era il 2 settembre 2015: quel dramma sconvolse il mondo, smuovendo per qualche giorno la coscienza dell’Europa sul tema dei migranti. Ma, passato l’impatto, il quadro è rimasto serio: da allora altri settecento minori hanno pagato con la vita il tentativo di raggiungere il Vecchio Continente. E in totale ci sono almeno 200mila minori non accompagnati che hanno raggiunto il territorio europeo per fuggire da guerre, persecuzioni e povertà. E probabilmente la cifra è superiore. Il rapporto “Protection Beyond Reach” di Save the Children descrive uno scenario molto complicato. Che getta un’ombra sul rispetto dei diritti umani.

“Mentre ad alcuni minori sono state garantite sicurezza e protezione, molti altri incontrano ostacoli nell’ottenere lo status di rifugiato, o comunque la tutela prevista per la loro minore età, vivono nella paura costante di essere espulsi o detenuti e si vedono negare la possibilità di ricongiungersi con i membri della famiglia che vivono altrove in Europa”, si legge nel rapporto.

Lo scenario in Italia

Ma qual è la situazione in Italia? Non proprio rosea: con l’attuale incremento di arrivi a Lampedusa è cresciuto il numero di minori non accompagnati. Sono infatti 2.168 dall’inizio dell’anno al 31 agosto. Le condizioni di sovraffollamento dell’hotspot, e il prolungarsi dei tempi di trasferimento verso centri di accoglienza idonei a ospitarli, rischiano di avere conseguenze pesanti.

“Sono passati cinque anni da quando Alan Kurdi ha perso la vita appena al largo delle coste turche, diventando un tragico simbolo della ‘crisi dei rifugiati’. I leader europei sono stati tra i primi a dire: “Mai più”, ma da allora hanno solo reso le rotte più difficili e pericolose per rifugiati e migranti “, ha dichiarato Anita Bay Bundegaard, direttrice di Save the Children Europa.

Il memoriale di Alan Kurdi (Foto tratta da Wikipedia)

“Il modo – ha continuato Bay Bundegaard – in cui l’Europa ha trattato i bambini più vulnerabili nel momento del bisogno è inaccettabile. Per esempio, dall’agosto 2019, ogni giorno in media 10mila minori risultavano bloccati sulle isole greche, il 60% dei quali di età inferiore ai 12 anni. Sebbene siano stati compiuti alcuni sforzi per ricollocarli al di fuori della Grecia, migliaia sono stati abbandonati al loro destino a causa della riluttanza di alcuni paesi europei ad accogliere e prendersene cura. Nel frattempo, i bambini continuano a morire alle porte della Ue mentre i leader europei guardano dall’altra parte”.

Da dove vengono i minori non accompagnati

La gran parte dei minori non accompagnati arriva dall’Afghanistan, dove in conflitto non è mai realmente terminato. Ma tanti stanno cercando di lasciare la Siria, altro Paese in cui la guerra è la tragica normalità per migliaia di bambini nati sotto le bombe. E si scappa pure dall’Eritrea, dove il regime opera una forte repressione. Di fronte a questa crisi di diritti umani, alcuni Paesi europei hanno blindati i confini, facilitando la detenzione dei minori o rendendo quasi impossibile il ricongiungimento dei bambini con i loro genitori. Solo in Grecia circa 331 minori erano in uno stato di detenzione nel marzo 2020.

“Quando proviamo ad attraversare i confini veniamo picchiati duramente dalla polizia, trattati rudemente. Penso che vogliano terrorizzarci per scoraggiarci a riprovare. Non vedo la mia famiglia da molto tempo, sono partito per andare in Europa perché non c’era niente per me in Siria, o in Libano, o in Turchia”, ha detto Ahmed, un ragazzo di 15 anni fuggito dalla Siria e che ora si trova a Belgrado, in Serbia.

La richiesta di Save the Children è semplice: “Si deve garantire che i minori possano accedere immediatamente all’asilo e alla protezione una volta arrivati in Europa, invece di essere respinti. Solo percorsi di migrazione legale, compreso un rapido accesso al ricongiungimento familiare, possono impedire che i bambini e adolescenti muoiano durante il loro viaggio verso l’Europa”. Una scelta per rispettare i diritti umani. E fare in modo che il dramma di Alan Kurdi non finisca definitamente nell’oblio.

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