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Il dramma dei rifugiati, parola del centro Astalli

Un’Europa chiusa, che pensa a diventare una fortezza, respingendo l’arrivo dei migranti. Quei rifugiati maltrattati al confine con la Polonia, come a Ceuta e Melilla, per non tacere del Mediterraneo. Eppure basterebbe un approccio solidale per gestire poche centinaia di migliaia di persone che raggiungono un continente di centinaia di milioni di abitanti. Donatella Parisi, responsabile comunicazione del centro Astalli per l’assistenza ai migranti (sede italiana del Jesuit Refugee Service), spiega a Impakter Italia in quale direzione si dovrebbe andare sulla gestione del fenomeno migratorio. Raccontando anche gli effetti del Covid sui rifugiati.

Centro Astalli

Cosa sta succedendo al confine tra Polonia e Bielorussia?
“La crisi che si consuma tra Polonia e Bielorussia è l’ennesimo comportamento dell’Europa di chiusura totale verso chi cerca di raggiungere il continente. Si ambisce a essere una Fortezza Europa, immune all’ingresso di migranti. Questa però è un’illusione”. 

In che modo l’Europa si chiude?
“Ci sono le opere di esternalizzazione compiute negli anni. Penso alla Turchia, nel 2015, per la gestione dei rifugiati siriani, o alla Libia, che si è trasformata in un blocco per le persone che vogliono entrare in Europa. Lì non vengono rispettati i diritti umani e ci sono detenzioni illegittime. Le persone che arrivano al centro Astalli ci parlano di violenze e abusi subiti nei centri libici. Ma ci sono anche le Canarie, penso a Ceuta e Melilla che sono un altro blocco per i migranti, e i Balcani. Adesso c’è la situazione in Bielorussia, che in realtà riguarda circa 4mila persone. Un numero gestibile”.

Ma è la Bielorussia a “usare” i migranti…
“Certo c’è Lukashenko che minaccia la Polonia con il tentativo di usare i migranti come arma contro l’Europa. Non è la prima volta che Paesi terzi, spesso autoritari, esercitano pressioni in questo modo. Ma a pagarne le spese sono le persone che cercano legittimamente di arrivare in Europa”.

Aleksandr Lukashenko

Aleksandr Lukashenko

Nel caso della Bielorussia si parla di persone che spesso hanno raggiunto Minsk in volo, con la speranza di raggiungere l’Europa, salvo poi trovarsi intrappolati al gelo. Come si può cambiare il passo?
“La risposta del centro Astalli non può essere la costruzione di muri, né si può restare indifferenti di fronte alla morte di persone, sia al confine bielorusso che nel Mar Mediterraneo. L’Unione europea deve uscire dalla logica dell’emergenza e della chiusura per affrontare un fenomeno strutturale, che in proporzione ai numeri mondiali incide in una piccola percentuale sull’Europa. Se gli Stati membri decidessero, in maniera solidale, di gestire l’ingresso di migranti, sarebbe tutto più semplice. Ma non accade perché molti governi cavalcano l’onda dell’emergenza e del populismo, sostenendo che i migranti sono causa di molti dei nostri mali”.

Ma come si può fare per entrare legalmente in Europa?
“Oggi non esiste una possibilità legale. O ci si affida ai trafficanti o in Europa non si entra. Questo è inaccettabile, visto che viola molte delle Convenzioni internazionali sottoscritte dai Paesi europei. Al confine bielorusso ci sono afghani, iracheni, siriani, che scappano da guerre, dittature, violazioni gravi dei diritti umani. Ma se anche partissero per cercare un lavoro, aspirare a una vita migliore, non è pensabile rispondere solo con la chiusura. È necessario dotarsi di strumenti di gestione dei flussi migratori, come vie legali di ingresso, canali umanitari, programmi di resettlement, che aiuterebbero ad avere una migrazione ordinata, legale e sicura. E sarebbe nell’interesse degli stessi Stati membri”. 

Quindi l’Europa ha quindi le stesse responsabilità di alcune autocrazie in materia di flussi migratori? 
“Sono due facce della stessa medaglia. In Europa, specie nell’Est, ci sono molti Paesi che non vogliono accogliere i migranti: il loro voto conta quanto gli altri Paesi, come Italia, Spagna, Francia e Grecia, che i migranti li vedono arrivare. Quindi non è possibile immaginare una votazione all’unanimità sull’accoglienza. A oggi, l’Ue non ha una posizione decisa a favore di politiche migratori, che prevedono la gestione del fenomeno. Noi chiediamo di usare strumenti di salvataggio per evitare alle persone di morire in mare o al gelo”. 

Insomma, sui migranti dobbiamo fare l’Europa…
“Certo, dobbiamo fare l’Europa. Ed è un tema che occuperà l’agenda ancora per molti anni. Le Nazioni Unite ci dicono che le migrazioni sono in aumento: qualche mese fa erano 82 milioni, ora sono circa 83 milioni i migranti nel mondo. In Europa ne sono arrivati 350mila, una percentuale bassissima, anche perché la maggior parte resta bloccata alla soglia dell’Europa. Sono comunque numeri assolutamente gestibili per un continente composto da ventisette Stati”.

Come è cambiata invece la situazione in Italia, negli ultimi due anni?
“I bisogni dei rifugiati durante la pandemia sono aumentati. La vulnerabilità è cresciuta e hanno pagato il prezzo più alto in termini di privazioni sociali e sanitarie. Alla mensa del centro Astalli sono arrivate persone che si trovano in Italia da 6-7 anni: avevano un lavoro, vivevano in affitto, ma con la pandemia sono diventati disoccupati e sono tornati in strada. Insomma, avevano fatto un percorso di integrazione e poi sono tornati indietro. I rifugiati sono rimasti nell’invisibilità della pandemia. Alcuni non riescono a prendere il latte ai loro bambini: a Roma abbiamo visto un aumento della povertà, come non si vedeva da tempo”.

C’è stato un deficit di attenzione delle Istituzioni?
“Nei mesi del lockdown era difficile trovare le mascherine per tutti, ma era impossibile per i rifugiati. Non avevano a disposizione il gel igienizzante, e parliamo di persone che vivono in strada. Molti erano abituati a mangiare con quello che passavano i ristoranti alla chiusura, con lo stop alle attività di ristorazione è emerso un popolo che ha vissuto “nascosto” per anni”. 

E ora come fanno?
“In tanti sono venuti al centro Astalli. La pandemia è arrivata tra l’altro a due anni dall’entrata in vigore dei decreti sicurezza, che sui rifugiati hanno avuto un effetto molto pesante. Sono venute a mancare misure di sostegno sociale e di integrazione. I migranti erano già provati da questa normativa: la pandemia ha fatto ulteriormente deflagrare tante condizioni di fragilità. Le leggi non hanno mai lavorato sul piano dell’integrazione. La migrazione è stata vista come qualcosa da cui difendersi”. 

Dalla fondazione a oggi, come è cambiata l’attività del centro Astalli?
“Ci sono state molte evoluzioni, 40 anni fa il centro è nato per dare accogliere ai primi rifugiati, che erano etiopi ed eritrei in fuga dal regime di Mènghistu. All’epoca era un tema che non faceva notizia. Negli anni ’80 e ’90 è aumentato l’afflusso, che era comunque contenuto. Poi il tema è diventato oggetto di propaganda di una certa parte politica. Si continua a parlare di sbarchi, ma bisogna mettere tutto in proporzione ai numeri: 150mila migranti corrispondono a un quartiere popoloso di Roma. Un numero che si può gestire in un Paese di 60 milioni di persone. I dati sono diminuiti ancora, ma prosegue la narrazione emergenziale”.

C’è qualcosa da salvare?
“Negli anni il sistema di accoglienza nazionale ha fatto dei passi in avanti, si è creata una rete di Comuni che accolgono. La priorità deve essere l’integrazione: le persone devono potersi costruire una vita e un futuro, contribuendo alla crescita, non solo economica, ma anche umana e culturale”. 

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