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Il dramma dei curdi, abbandonati nelle mani turche

Usati e abbandonati. E ora destinati a finire nelle mani delle armate turche di Recep Tayyip Erdogan. I curdi hanno vinto battaglie decisive per conto dell’Occidente, ma poi sono stati lasciati soli. Con la minaccia di Ankara di entrare nella Siria del Nord, in una zona controllata proprio dalle milizie curde dopo la vittoria sull’Isis. La loro condizione è sotto gli occhi di tutti, anche se l’Occidente preferisce volgere lo sguardo da un’altra parte. In particolare gli Stati Uniti di Donald Trump hanno voltato definitivamente le spalle ai guerriglieri che hanno svolto un ruolo fondamentale nella sconfitta militare del sedicente Stato Islamico. Per Washington è il tempo di uscire da questi scenari di guerra, disinteressandosi delle conseguenze. Dall’Unione europea si è levata una flebile voce contro le intenzioni di Erdogan, che ha già annunciato la volontà di sconfiggere i terroristi, come definisce i curdi.

Così per i combattenti, che nei mesi scorsi erano stati eletti a baluardi della democrazia per sconfiggere gli estremisti dell’Isis, si preannuncia una nuova guerra. E dire che il contributo delle milizie curde è stato decisivo nella sconfitta militare degli uomini di Abu Bak al-Baghdadi anche in Iraq. La riconquista di Raqqa, considerata l’iniziale capitale dello Stato islamico in Siria, è in gran parte merito dei curdi, così come i peshmerga iracheni hanno fornito un supporto sostanziale per riprendere Mosul.

curdi

Ma anche la battaglia di Kobane (in Siria), terminata nel gennaio 2015, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, perché ha dimostrato la possibilità di battere sul campo le truppe dell’autoproclamato Califfo. In quella fase, i curdi hanno goduto dell’appoggio dell’intero Occidente, compresi gli Stati Uniti, sebbene nessuno avesse mai pensato al post-guerra. O meglio nessun leader ha voluto porsi il problema delle rivendicazioni che sarebbero stata avanzate dai curdi dopo lo sforzo di combattere i jihadisti.

E adesso il presidente turco vuole scongiurare, con una soluzione militare, le possibili richieste autonomiste ai confini con il suo Paese. La benedizione di Trump è una ulteriore spinta. Anche perché aprirebbe un fronte interno con la minoranza curda in Turchia. In questa strategia rientra l’offensiva condotta ad Afrin dall’esercito di Ankara lo scorso anno, con la capitolazione dei curdi siriani. Perché sono proprio loro a pagare il prezzo più caro: il Kurdistan iracheno vanta almeno uno status di autonomia dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. D’altra parte non mancano le tensioni con il governo centrale, come testimoniano le tensioni per il controllo della città di Kirkuk (finita nelle mani di Baghdad).

Chi combatte per i curdi siriani

Le Ypg (Unità di protezione popolare) sono di fatto l’esercito del Pyd (emanazione siriana del Pkk di Öcalan), il partito dei curdi siriani e quindi del Rojava, la federazione che esercita il controllo su parte della Siria del Nord, seppure senza un riconoscimento ufficiale. Ed è questo un motivo di preoccupazione per il nazionalismo di Erdogan: non potrebbe mai accettare la formazione di una regione autonoma curda alle porte della Turchia. Per questo i combattenti delle Ypg sono definiti terroristi dal leader di Ankara: vengono ritenuti semplicemente in continuità con il nemico numero uno, il leader storico del Pkk curdo, Öcalan, tuttora detenuto in isolamento per scontare la pena dell’ergastolo.

Dunque, i leader politici del Pyd hanno dovuto compiere una scelta pragmatica: cercare una sponda con il presidente siriano, Bashar Assad, che resta al potere nonostante una guerra lunga otto anni. Il sostegno dei russi, e soprattutto delle milizie sciite di Hezbollah (appoggiate dall’Iran), si è rivelato decisivo per respingere le offensive delle truppe nemiche. Assad, quindi, è ancora l’arbitro delle sorti del Paese, sfruttando il progressivo disinteressamento delle diplomazie occidentali. E i curdi vedono il rais di Damasco come il male minore per evitare di cadere sotto gli attacchi di Erdogan.

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Il sogno dell’indipendenza curda

I curdi sono una popolazione tra i 20 e i 30 milioni di persone, divise tra Armenia, Iraq, Siria e Turchia. E in tutti i Paesi rappresentano una minoranza, non avendo mai avuto uno Stato indipendente. Questo rappresenta un problema da sempre, soprattutto per i presidenti di quei Paesi. Nel marzo del 1988, infatti, l’allora raid iracheno Saddam Hussein ordinò lo sterminio dei curdi nella città di Halabja: volle punirli per non aver opposto adeguata resistenza nella guerra contro l’Iran. Ma era solo una delle tante motivazioni per perseguitare la minoranza curda. La caduta di quel regime, comunque, ha migliorato la situazione per i curdi iracheni.

Mentre per quelli turchi e siriani la condizione è uguale. E in alcuni casi peggiorata. In Turchia, infatti, gli scontri vanno avanti da decenni: fin dagli anni ’70 i vertici militari di Ankara hanno attaccato i curdi, che dal 1978 si sono organizzati politicamente con il Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, sotto la guida di Ocalan. La repressione di Ankara è stata violenta, quanto le risposte – sotto forma di attentati – dei militanti del Pkk. Con l’arresto di Ocalan, i rivoluzionari curdi hanno smarrito la leadership a cavallo del 2000. Ma nei loro confronti non è mai diminuita l’ostilità.

Infine, c’è il caso dei curdi siriani che hanno sostanzialmente convissuto con il regime di Assad: il presidente di Damasco ufficialmente non ha mai riconosciuto autonomia. Ma nei fatti non hanno attuato azioni persecutorie. Anche per questo motivo, inizialmente, i combattenti del nord della Siria non sono scesi al fianco delle opposizioni nei primi giorni della Primavera araba. Tuttavia, quando il conflitto si è allargato le Ypg hanno cominciato a combattere. Aiutando l’Occidente ad allontanare il mostro dell’Isis e ricevendo in cambio la totale indifferenza.

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