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Fortuna Baslini: il divorzio

Il divorzio: tra storia e memoria

Certi anniversari ci colgono di sorpresa, abbiamo l’impressione di non essere preparati a celebrarli come si deve. Il divorzio esiste in Italia da cinquant’anni, introdotto da una legge dello Stato esattamente mezzo secolo fa. E già dire “mezzo secolo” fa impressione. Così come allora, negli Anni Sessanta e Settanta, pronunciare la sola parola  “divorzio” era nelle famiglie-bene di allora una sorta di sacrilegio. Se penso a mia madre, per esempio, alla signora Clotilde, religiosissima e moglie fedele di Giuseppe, capitano di mare, mi torna in mente subito una battuta con la quale commentò la notizia diffusa dalla radio di un divorzio a Hollywood : “Questa è gente senza Dio”.

La battaglia politica

Del resto nelle manifestazioni di piazza che accompagnavano il dibattito in Parlamento questa svolta non gradita, in un certo senso antireligiosa, era testimoniata dai cartelli che dominavano i cortei. Me ne ricordo uno, semplicissimo: “I cattolici non divorziano”. Certo, c’erano altri cartelli di segno opposto che dimostravano la vivacità di una forte opinione laica ma forse nessuno immaginava  che di lì a poco il sì al divorzio avrebbe prevalso. Allora il matrimonio  era vissuto come un sacramento e non era certo un contratto sociale come poi sarebbe diventato.

E’ fin troppo ovvio ricordare che la legge sul divorzio passa sorprendentemente in un Parlamento che riflette l’Italia della democrazia cristiana, partito politico fortissimo con un leader che a quell’epoca si chiamava Amintore Fanfani. Ed era anche questo, forse soprattutto questo, il segnale che l’Italia stava cambiando. Del resto quattro anni dopo, nel 1974, il referendum che chiedeva agli italiani di abrogare la legge sul divorzio vide il trionfo del no: 20 milioni contro  13 milioni. Una clamorosa conferma.

Ma che cosa in realtà aveva provocato il ribaltamento?

Non si può avere la pretesa di individuare una causa precisa, inequivocabile, e noi non l’abbiamo. Di certo però bisogna ricordare che il lungo dopoguerra, con i dolori e le umiliazioni che provocò, gli anni Cinquanta con il boom economico e gli anni  Sessanta con i movimenti giovanili (le scosse dei sessantottini) e soprattutto con  l’emancipazione femminile (le donne che conquistavano posti di lavoro) avevano cancellato l’immagine dell’Italia bacchettona. Al mutamento contribuirono di certo i movimenti culturali, il cinema soprattutto, la letteratura. Ma in special modo, io credo, il sentimento della laicità che prevalse via via con un orgoglio non sbandierato ma sentito.

E c’è infine una saggezza di fondo che si è manifestata in questi cinquant’anni. Non c’è stata  la corsa al divorzio, allo sfascio delle famiglie come si paventava negli Anni Settanta. Oggi si contano mediamente 50mila divorzi all’anno mentre gli sposati sono 14 milioni di uomini e 14 milioni di donne. Prevalgono le coppie di fatto, i conviventi. E la “convivenza” è definita “comunione di vita materiale e spirituale”. In un Paese di sessanta milioni di abitanti non si può proprio parlare di sfascio delle famiglie, come paventavano negli Anni Sessanta i nemici della legge Fortuna-Baslini. Così come appare rilevante la fraterna attenzione che Papà Bergoglio ha rivolto di recente ai separati.

Mi piace ricordare infine un film che anticipò in qualche misura l’evento del 1970, un fim di Pietro Germi del 1962(otto anni prima): Divorzio all’italiana con Marcello Mastrojanni nel ruolo del protagonista: Fefè, il barone di Cefalù. E chiudere con una previsione che viene dagli esperti di evoluzione sociale: nel 2030, ossia fra dieci anni, le separazioni in tutto il mondo aumenteranno del 78,5%. Be’, che c’è di male?

 

 

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