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Il colore del denaro varia, da paese a paese

La Scala ha restituito all’Arabia Saudita i milioni che attraverso il Ministro della Cultura di quel paese erano entrati nelle case del teatro lirico milanese. Il gran rifiuto – così pare – sembra abbia origine dal fatto che tale denaro provenisse dal governo di un altro paese, perlopiù un paese accusato di violare i diritti umani e di essere responsabile dell’omicidio del giornalista Jamal Kahssogi, saudita, presso il consolato saudita di Istanbul. Insomma Vade retro Satana, pare, condizionale d’obbligo, ispirato dal governatore della Lombardia Attilio Fontana, leghista, che appunto aveva invocato il licenziamento del soprintendente Alexander Pereira.

Fosse così saremmo di fronte all’ennesima presa di posizione di un governo che probabilmente non sa nulla di “esteri”. Sebbene ogni indizio, anche il più piccolo, porti nella direzione dell’Arabia Saudita come mandante ed esecutore dell’omicidio di Khassogi, nessun tribunale internazionale lo ha ancora accertato, e sono soprattutto gli Stati Uniti a spingere perché questa teoria venga accettata da tutti. A costo di andare contro un paese spesso alleato di Washington.

Gli stessi Stati Uniti che hanno appena dichiarato che la Cina è il paese dove le violazioni dei diritti umani sono perpetrati come in nessun altro posto al mondo. Mike Pompeo, Segretario di Stato americano,  ha detto che la Cina  “Gioca in un campionato a parte, se si parla di violazione dei diritti umani». E per rincarare la dose Michael Kozak, capo dell’Ufficio per i diritti umani e la democrazia del Dipartimento di Stato ha affermato:” Non si è visto nulla di simile dagli anni 1930”. Anni ’30? Non staranno parlando del periodo del nazismo o dello stalinismo? Tutto questo attacco a Pechino nel corso della presentazione del rapporto annuale sui diritti umani, riferito all’anno 2018 da parte del Dipartimento di Stato americano che fa seguito alle discussioni alle Nazioni Unite a Ginevra a proposito della Revisione periodica universale della Cina: ogni cinque anni Commissione dell’Onu per i diritti umani sottopone a verifica alcuni stati membri, compresi – tipo la Cina – quelli del Consiglio di sicurezza. Ed a novembre 2018 (data della pubblicazione della Universal Periodic Review delle Nazioni Unite) Pechino non è uscita benissimo, soprattutto in relazione alle questione del Tibet e degli Uiguri.

Ma forse tutto questo i nostri leader non lo sanno. Perché per saperlo bisognerebbe informarsi seriamente. Magari senza usare Facebook, Twitter o Instagram. E difatti, come scrive Mauro Pasquini nel suo post sul Journal “La nuova via della seta: tutti i rischi per l’Italia”, il governo italiano si sta buttando nelle mani dei cinesi “come un bambino affamato in un negozio di caramelle ”. Bambino che è stato ripreso per il colletto dal grande papà Stati Uniti e da Mamma Europa. “No, non avete capito – ha detto il vicepremier Di Maio – noi in Cina vogliamo solo esportare il Made in Italy”. Cioè comunque ci prendiamo i soldi cinesi, come abbiamo fatto a Prato, Milano, Roma ed altre città dove le attività dei concittadini del presidente Xi hanno avuto il via libera, senza controllo. Ma anche senza protezione e garanzie di sicurezza.

Se è vero che “pecunia non olet” cioè che il denaro non ha odore, non dovrebbe puzzare né quello cinese né quello arabo.

Eduardo Lubrano

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