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antonio lubrano

Il clima e il caffè

Gli sconvolgimenti climatici a cui stiamo assistendo disarmati avranno presto conseguenze anche sulla nostra cara innocente
tazzina di caffè. La stampa di mezzo mondo, compresa la nostra, ha registrato i danni che le gelate fuori stagione in Brasile come in Colombia o nel Vietnam hanno provocato alle coltivazioni di caffè.Danni che inevitabilmente riducono il raccolto. E dunque è fin troppo facile pensare al prezzo.Attualmente al bar la tazzina costa da un euro a un euro e venti: a quanto arriverà? C’è chi ipotizza 1,30 e chi persino 1,50. Troppo. Una decina d’anni fa la solita ricerca di mercato stabilì che in Italia si bevevano al bar ottanta milioni di tazze al giorno e 120 milioni a casa, sempre al giorno. E’credibile che queste cifre siano ancora valide. La maggioranza dei consumatori attribuisce al caffè il valore di una pausa sia mentale che fisica. Ed è anche per questo che incontrando un amico l’italiano medio lo invita puntualmente al bar per gustare la bevanda nera, non importa l’ora. A titolo di curiosità vale la pena di ricordare che i bar in Italia sono 150mila, sicchè si può ben immaginare il giro di denaro che la “tazzulella” provoca.Ma sarebbe assai triste se il suo rincaro abnorme riducesse i nostri incontri amicali.

Mi torna in mente, per contrasto, la folla che qualche tempo fa seguì la cerimonia di inaugurazione della caffetteria Starbucks in
Piazza Cordusio a Milano, nel suggestivo ex palazzo delle Poste. Code interminabili fin dalle prime ore del mattino per gustare il
caffè del colosso americano. Potenza delle sirene pubblicitarie? La moda che prevale sulla tradizione? Chissà. Eppure l’Italia è il riconosciuto paese del caffè espresso. Una città, Napoli, da almeno due secoli propone la migliore tazzina del mondo. Per giunta a Milano già da molto tempo si è affermata una catena di bar partenopei che propone con le virgolette “il vero espresso napoletano”.

La polemica tuttavia è scoppiata sul prezzo del “caffè americano”: 1,80 euro. “Davvero esagerato” ha detto in una nota l’Unione Nazionale Consumatori, che è la più antica delle venti associazioni del genere esistenti in Italia. Secondo l’Osservatorio prezzi (Ministero Economia) in media a Milano l’espresso costa 1 euro, nei bar del centro 1,10, così come nella catena napoletana. Una differenza, dunque, di 70-80 centesimi. Troppo, diciamo la verità. E qui l’UNC propone un confronto intrigante. Avete mai pensato a quanto ci costa il  caffè fatto in casa? ”In generale utilizzando sette grammi di miscela,  il caffè di famiglia costa mediamente 12 centesimi,(con la macchinetta a capsule 0,41) ; quindi andare da Starbucks a Milano ci costa il  2471%  in più”. Un botto. Almeno al nostro fornello niente coda. Sì, però io non m’immagino a pesare in casa la miscela, sette grammi poi! Una curiosità infine, già che ne parliamo: da dove viene fuori questo nome, caffè?… Forse dall’Abissinia, tanti e tanti secoli fa. Un pastore della regione di Kaffa (quando si dice il destino nel nome..) si accorge che le sue capre hanno scambiato la notte per il giorno, non dormono più, sono sempre eccitatissime. E scopre che hanno/ mò ci vuole/ mangiato la foglia.. La foglia di una pianta a lui sconosciuta… Seguendo le capre che brucano la scopre e ne raccoglie un po', macina i semi della piantina e ne ricava un liquido nero.Ecco, in quel preciso momento è nato il kaffaè o cahuè, come lo chiameranno più tardi(nel 1500) a Costantinopoli.

Come poi sia arrivato il caffè a Napoli è un’altra storia.Una storia però molto curiosa che vale la pena qui di riassumere.
Giunge dall’Oriente, nel 1500, all’Università di Salerno, facoltà di medicina, come farmaco. Ripeto: come farmaco..E già: la scuola salernitana non era fin dal Medioevo la più importante istituzione medica occidentale?… Secondo altre fonti fu Venezia la prima città italiana ad accogliere il caffè nel 1570. Veniva venduto nelle farmacie per le sue proprietà terapeutiche e perchè faceva digerire.. Sta di fatto che a Napoli, all’inizio – roba da non credere – il caffè non era ben visto, anzi! Appena lo si nominava c’era sempre qualcuno che faceva gesti di scongiuro, perchè il colore nero e il fatto che toglieva il sonno lo condannavano. Ma vi rendete conto? A Napoli il caffè accostato alla jella! Per fortuna la credenza fu estirpata dopo oltre un secolo da un professore universitario, riconosciuto esperto di jettatura, Nicola Valletta, il quale esaltò le doti benefiche della tazzina- farmaco e condannò la maldicenza. Ad ogni modo solo nell’Ottocento il caffè entra nelle abitudini, nel costume, forse nel sangue stesso della città. Ma qual è – infine -il segreto del caffè napoletano? Forse l’aria, forse l’acqua. Sì, è più vicina alla verità l’acqua del Serino, un’acqua leggera che dalla fonte, nella valle del Sabato, arriva alla città prima con l’acquedotto dell’imperatore Claudio e poi, ancora oggi, con quello inaugurato nel 1881 dal sindaco Nicola Amore, alla presenza di Umberto I e Margherita di Savoia. Beh, abituato come sono al sapore divino del caffè napoletano non entrerò mai in un bar dove ti vendono il caffè americano!

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