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Il lago di Aral: ora causa povertà e malattie

Invertire la tendenza di una immane catastrofe ecologica, economica e sanitaria. Con lo scopo di riempire di nuovo il Lago di Aral (chiamato anche Mar d’Aral vista la sua grandezza di un tempo), situato tra Kazakistan e Uzbekistan, ormai ridotto al 10% delle sue dimensioni originali. Il disastro iniziato dagli anni Sessanta è davvero totale: è stata distrutta l’economia della zona, con particolare riferimento della città di Muynak, e c’è stato un incremento fortissimo dei rischi per la salute, oltre all’ovvia alterazione dell’equilibrio ambientale. Per questo motivo l’Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) ha avviato un progetto per consentire al Lago di Aral di avere una seconda vita.

Relitti sul lago d’Aral prosciugato

La rappresentante dell’Undp in Uzbekistan, Matilda Dimovska, ha scritto un articolo per spiegare come si sta sviluppando l’iniziativa. Che si annuncia chiaramente ambiziosa e difficile. “Abbiamo messo insieme un team multidisciplinare che include specialisti in innovazione, tecnologia e politica, sul tema della gestione delle risorse idriche, lo sviluppo rurale, i finanziamenti e l’adattamento al clima”, ha sottolineato Dimovska. “Il team – ha aggiunto – sta aiutando a individuare gli ostacoli principali a una soluzione integrata, partendo da ciò che abbiamo appreso dai precedenti tentativi di affrontare la sfida del Mare d’Aral. L’intento è quello di restituire alla comunità di Muynak i mezzi di sostentamento, una buona salute e acqua pulita”.

Le navi ferme dove prima c’era il lago

Cosa è successo al Lago di Aral

Il Lago di Aral, nel 1960, era il quarto lago più grande del mondo con una superficie di 68.000 km2 e un volume di 1.100 km3. Tuttavia, l’allora Unione Sovietica ha portato avanti delle politiche che prelevavano, attraverso dei canali, l’acqua dai due principali fiumi che affluivano nel Lago di Aral. La conseguenza è stata pesante con l’inesorabile prosciugamento del bacino d’acqua. Inoltre, con le alte temperature, l’evaporazione e le poche precipitazioni, è arrivato a essere il 10% delle sue dimensioni iniziali. I porti per la pesca hanno chiuso, non avendo più la materia prima, mentre le terre si sono inaridite, rendendo impossibile l’attività agricola. L’economia di Muynak è andatacosì in frantumi. La città, sempre più in via di spopolamento, sta addirittura cercando di sfruttare come attrazioni turistiche le navi arenate nella sabbia, con la nascita del Museo ecologico di Muynak. Ma questo non basta a sostenere l’economia locale. Per niente.

Come se non bastasse l’acqua potabile ha iniziato a scarseggiare, mentre la polvere e il sale dei fondali hanno aumentato il tasso di mortalità nella regione. Le persone più a rischio sono donne e bambini: “I livelli di inquinanti ambientali come le diossine nel sangue delle donne in gravidanza e le madri che allattano sono tra i più alti al mondo”, ha denunciato la rappresentante dell’Undp. L’intervento nella regione per garantire uno sviluppo sostenibile si è reso dunque necessario, mettendo come stella polare gli Sdgs dell’Onu. Il documento sarà consegnato al governo dell’Uzbekistan con l’indicazione delle soluzioni praticabili per invertire sin da subito la tendenza del prosciugamento. “Il miglioramento della gestione delle risorse idriche – conclude Dimovska – è la chiave per un futuro sostenibile: migliora i mezzi di sussistenza, rafforza l’approvvigionamento di cibo e rende di nuovo la terra abitabile”.

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