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Il cardo scozzese è ancora la spina più dura della Brexit

Da “Fiore di Scozia, possiamo ancora rialzarci ed essere di nuovo la nazione che si levò contro l’esercito del fiero Edoardo” che sono le parole del bellissimo inno scozzese a “Niente Brexit grazie, siamo scozzesi” potremmo continuare all’infinito tra battute e citazioni più o meno dotte, a raccontare la rivalità tra due popoli che davvero poco hanno in comune tranne il territorio sul quale convivono.

La situazione oggi

In un post del novembre scorso avevamo scritto:” La regione a nord dell’isola di Albione è da sempre contraria all’uscita dall’Europa soprattutto per motivi economici. In questi quasi due anni dal referendum ha spesso e volentieri fatto sentire la sua voce, appoggiando e secondo alcuni fomentando la possibilità di una nuova consultazione popolare. Un elemento politico collegato ad un altro referendum, all’epoca fallito, che è quello per l’indipendenza da Londra.

L’SNP, Scottish National Party (terzo partito al parlamento di Westminster) ha sempre detto che la sua volontà era quella di rimanere nell’UE. Ma il suo obiettivo principale, oltre alla devolution, era quello di chiedere un compromesso per una Brexit “soft”. Cioè il mantenimento del Regno Unito del mercato unico e dell’unione doganale dell’UE, o in mancanza di quello, ottenere per la Scozia un accordo differenziato per rimanere nel mercato unico.

Il problema è che non è chiaro se all’interno dell’’SNP esista una maggioranza netta a favore delle richieste di Nicola Sturgeon, leader del partito, che deve mettere insieme le varie anime dei laburisti, dei tories, dei Green, Liberal Dem.” Qui il resto di quel post

Ora le cose in Scozia sembrano cambiate nettamente. Fallita la Brexit prima delle elezioni europee, non c’è dubbio che gli scozzesi, secondo i sondaggi più recenti e sempre più frequenti, daranno ancora più appoggio al partito nazionalista, lo Scottish National Party (Snp), quello guidato dalla signora Nicola Sturgeon, quello che guida la Scozia e che sarà sempre più forte rispetto a conservatori e laburisti.

In Scozia, un po’ come in Irlanda essere europeisti vuole dire anche essere indipendenti dall’Inghilterra. L’occasione che tante guerre non hanno risolto, Un esempio: proprio la Sturgeon ha detto – giorni fa – che indirà un nuovo referendum sull’indipendenza entro il 2020, che seguirà quello del 2015 che andò perso quando alla guida dell’Snp c’era Alex Salmond (tra l’altro adesso alle prese con la giustizia perché accusato di aver molestato sessualmente due donne). Referendum che il “First minister” scozzese ha detto che si terrà, che Londra lo voglia o no. Insomma il carattere scozzese. Braveheart, Rob Roy tanto per citare due film cult molto realistici sul modo di fare di queste persone.

Scozia ed Irlanda del Nord – guarda caso – sono i due paesi che più hanno da perdere dall’uscita del Regno Unito dall’Europa. La Scozia però qualcosa in più perché al momento della votazione qui nelle highlands il 62% degli scozzesi aveva votato contro l’uscita dall’Unione, e due anni prima, il referendum già citato del 2015, era finito 55% a 45% per rimanere nel Regno Unito perché in quel momento per la Scozia quello era il modo migliore, forse l’unico per rimanere agganciata al carro dell’Europa. Una Scozia indipendente allora avrebbe avuto mille e mille problemi a rientrare nell’UE da sola, mentre oggi per ironia della sorte la sua la sua voglia d’Europa passa per quella dei suoi “amati” rivali di sempre.

Inghilterra e Galles voteranno probabilmente a favore di partiti che spingono per accelerare la Brexit. In Scozia dovrebbe accadere il contrario ed in modo clamoroso. Theresa May ha deciso di mettere nella sua agenda un periodo di tempo per programmare il suo ritiro e queste elezioni di fine maggio è probabile che daranno una bella accelerata a questo programma, lasciando però sul tavolo ancora una volta la questione scozzese e quella irlandese irrisolte.

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