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Idrogeno verde: una battaglia di Impakter Italia

Tutti parlano adesso dell’idrogeno verde ma Impakter Italia ne parla da mesi. Nei nostri post dei primi mesi del 2020 ed anche prima in tema di energie rinnovabili, Impakter Italia ha già raccolto e divulgato diverse informazioni sulla questione dell’idrogeno verde, una delle energie pulite in gradi fare davvero la differenza a livello globale nella lotta alla riduzione delle emissioni di Co2.

In questo post dello scorso mese di luglio abbiamo scritto : L’idrogeno pulito è fondamentale per raggiungere gli obiettivi del Green Deal Europeo vale a dire un taglio delle emissioni del 50-55% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. “Gli investimenti cumulativi-  riporta la nota strategica (del Green Deal,ndr) – potrebbero arrivare a una cifra che va dai 180 ai 470 miliardi di euro entro il 2050”.

@ Dirk Hünniger, translated by user:was a bee, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4530502

Le novità

Gia adesso il giro di affari della vendita dell’idrogeno è enorme : per 70 milioni di tonnellate di idrogeno servono 100 miliardi di dollari che equivalgono a cinque volte il mercato globale dei diamanti e metà del mercato dell’oro. Non a caso la produzione e l’utilizzo di idrogeno è al centro delle nuove politiche di Bruxelles per il rilancio dell’economia del continente nella fase post lockdown. Alcuni paesi – e guarda caso i due trainanti dell’Unione – si sono mossi in modo importante verso questa direzione: la Germania che lavora su progetti per 9 miliardi e la Francia per  7 miliardi di euro. Tutti e due cercano i soldi del Recovery Fund.

Il valore aggiunto dell’idrogeno risiede nel fatto che dopo il suo utilizzo non rilascia emissioni. Per essere prodotto è possibile utilizzare impianti solari o eolici – tecnologicamente destinati a sostituire l’impiego di gas naturale o combustibili fossili –  più economici.

L’Italia – a patto che sappia costruire una vera e propria filiera produttiva dell’idrogeno verde – deve assolutamente prendere questa occasione per non rimanere indietro ed essere costretta ad inseguire o a spendere quantità di denaro insopportabili per acquistare “l’oro verde” del futuro. Le aziende del nostro Paese più all’avanguardia in questo settore stanno già lavorando per presentare progetti concreti per permettere di accedere ai finanziamenti del Recovery Fund. Perchè in un Paese dove uomini ed idee non mancano, la questione è sempre quella: la decisione politica di destinare risorse economiche alla ricerca.

ILVA di Taranto

La questione italiana

La questione come ha spiegato il vicepresidente Commissione europea Frans Timmermans, riguarda anche l’Ilva di Taranto: “Se abbiamo un piano per i prossimi 20 anni potremo dare un futuro veramente sostenibile a Taranto. Questo ci aiuterà a mantenere il settore dell’acciaio in Europa e a dare un’area molto più pulita ai cittadini di Taranto. Mi auguro che il governo italiano abbia interesse a lavorare con noi utilizzando le risorse del Just Transition Fund e altre risorse per dare a Taranto la possibilità di mantenere e alimentare un’industria dell’acciaio, ma un acciaio green. Sono sicuro che possiamo farcela anche se ci vorrà del tempo“.

E sulle pagine di Repubblica di giovedì 10 settembre, il Professore Ugo Amaldi, fisico, ha spiegato cosa ci rallenta. “Germania ogni anno investe 30 miliardi di euro in ricerca pubblica, la Francia tra 17 e 18, l’Italia appena 9. E i ricercatori tedeschi sono tre volte di più degli italiani, proprio perché hanno tre volte più soldi. È arrivato il momento di far fare al nostro Paese un salto di qualità. In questo momento si sta per elaborare il Piano nazionale per la Ricerca 2021-2027. E presto, per accedere al Recovery Fund, dovremo mettere nero su bianco come intendiamo fare le riforme. Secondo me un maggior investimento in ricerca è una riforma fondamentale: mentre si rammenda l’Italia del presente dobbiamo anche preoccuparci di cosa accadrà in futuro. Stiamo stanziando soldi per far tornare i nostri figli e nipoti a scuola in sicurezza dopo il Covid, ma l’1% dei fondi va investito sul lungo termine, per dare a quegli stessi ragazzi una possibilità tra dieci anni. Non è una scelta, ma una necessità e il momento è opportuno: i cittadini hanno capito l’importanza degli scienziati e la loro alfabetizzazione scientifica sta crescendo. Poi c’è un altro argomento. Ogni investimento nella ricerca è un investimento sulle donne: in Italia rappresentano quasi il 50% di chi fa ricerca pubblica, in Francia e Germania sono al 35%”.

 

 

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