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I prezzi al dettaglio nascondono prezzi reali non sostenibili

I prezzi al dettaglio non comprendono lo sfruttamento dei lavoratori e l’inquinamento ambientale, soprattutto se la produzione è realizzata nei Paesi in via sviluppo. Ecco un esempio concreto di autentica macelleria sociale e ambientale.

Un esempio per tutti: l’insostenibile mercato dei jeans 

L’industria della moda è in continua espansione. L’impulso maggiore arriva dalla crescente domanda dei paesi in via di sviluppo. I jeans, da sempre, sono un prodotto globale popolare, inizialmente per il suo tessuto resistente e poi perchè si sono imposti come indumento “di moda” di largo consumo. Nel 2017, il valore globale del mercato al dettaglio dei jeans è stato stimato sui 42 miliardi di dollari. Ma questa florida industria presenta una serie di gravi insidie per le persone e per il pianeta. Per capire meglio di cosa stiamo parlando è utile confrontare i prezzi al dettaglio con quelli che sono, in termini di sostenibilità, i prezzi reali. Vediamo un po’ di numeri.

I prezzi al dettaglio e i prezzi reali

Una ricerca dell’Impact Institute ha dimostrato che i jeans prodotti in India o in Bangladesh e aventi un costo medio al dettaglio di 40 euro, hanno un costo reale di circa 73 euro. Che significa? Che per produrre quei jeans sono necessari in realtà 73 euro, se si considera come “costo reale” il prezzo finale di mercato, ma anche quei costi che possiamo definire di riparazione del danno sociale e ambientale derivanti dalla produzione. I principali danni ambientali sono rappresentati da contaminazione delle acque e dei terreni, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e inquinamento atmosferico. Mentre gli effetti sociali negativi comprendono varie forme di lavoro subordinato sottopagato, lavoro non volontario, lavoro minorile.

Eppure per abbassare il prezzo reale di questo prodotto basterebbe mettere in pratica un po’ di economia circolare. Si potrebbe coltivare il cotone in modo più efficiente. E poi regolamentare il mondo del lavoro secondo standard che garantiscano i più basilari diritti sociali. Potremmo applicare principi circolari come il riciclaggio del denim dei vecchi jeans o il trattamento delle acque reflue per il riutilizzo. Ma questo tipo di produzione avviene in larga parte in Paesi in via di sviluppo, dove a differenza dell’Europa, la tutela dei lavoratori e dell’ambiente è prossima allo zero se non del tutto assente. Ed ecco che i costi ambientali e sociali che fanno salire il prezzo al dettaglio di 40 euro al prezzo reale di 73, vengono magicamente decurtati. In parte, sfruttando pesantemente i lavoratori e quindi non corrispondendo loro un equo compenso, in parte risparmiando sulla protezione ambientale. Quest’ultimo aspetto significa scaricare sulle future generazioni i costi derivanti dall’inquinamento del pianeta, come ad esempio spese sanitarie e danni derivanti da condizioni meteorologiche estreme.

Agenda 2030: una strada ancora in salita

I Paesi si sono impegnati a porre fine alla povertà, alla fame, alla schiavitù e ai cambiamenti climatici entro il 2030. Tuttavia, le emissioni di CO2 sono in aumento, l’estrazione delle risorse è aumentata costantemente e la biodiversità è sottoposta a un’enorme pressione, che fa prevedere  nel breve e medio termine l’estinzione di migliaia di specie animali. E nonostante la crescita delle aziende impegnate nello sviluppo sostenibile e del mercato dei prodotti biologici, gli obiettivi dell’agenda sono lontani. E così continuiamo a vedere processi produttivi inquinare acqua, aria e suolo, oltre a consumare le risorse e distruggere la biodiversità.

Mauro Pasquini

Articolo tratto da Impakter.com.

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