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I migranti e la protezione internazionale

Papa Francesco ha detto, a proposito dei migranti, che “è la paura che ci fa diventare matti”. La paura di che? Forse il Santo Padre intende la cosa più semplice: la paura di ciò che non sappiamo. Nel caso specifico del fatto che non sappiamo cosa fare – come governo –  e che non sappiamo – come cittadini – quali siano le regole e le leggi che sono dietro a questo argomento.

Partiamo dall’ultimo fatto di cronaca: la chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto, a 20 chilometri circa a nord di Roma. Intanto cos’è un Cara? Il Cara (Centro accoglienza per residenti asilo) è una struttura in cui vengono accolti i migranti appena giunti in Italia irregolarmente che intendono chiedere la protezione internazionale. I Cara sono stati istituiti a seguito della riforma del diritto di asilo, conseguente al recepimento di due direttive comunitarie nel 2004 e nel 2008. Sono gestiti dal Ministero dell’Interno attraverso le prefetture, che appaltano i servizi dei centri a enti gestori privati attraverso bandi di gara. Le convenzioni variano e lo Stato versa all’ente gestore una quota al giorno a richiedente asilo. Con quella cifra devono essere garantiti l’alloggio, i pasti, l’assistenza legale e sanitaria, l’interprete e i servizi psico-sociali. Spesso nei Cara esistono altri servizi come l’insegnamento di base della lingua italiana. La permanenza nei centri variabile dunque non è da qui che si può pensare all’integrazione dei richiedenti asilo nel tessuto sociale. Inoltre, l’inserimento del richiedente asilo è reso difficile dal fatto che queste strutture di prima accoglienza si trovano isolate dai centri urbani e senza servizi di collegamento e dal fatto che mancano i posti in seconda accoglienza, quelli della rete Sprar.

Cosa sono lo Sprar? Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il primo sistema pubblico di accoglienza per titolari e richiedenti protezione internazionale, costituito dalla rete degli enti locali che – per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata – accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Si tratta in sostanza di alloggi di prima e di seconda accoglienza. È stato introdotto dalla legge n. 189/2002.  Il periodo di permanenza assistita all’interno di un centro di accoglienza del sistema SPRAR  ha durata non superiore a sei mesi, prorogabili ulteriormente per circostanze eccezionali e debitamente motivate, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno tramite il Servizio centrale, fino a un massimo di ulteriori 6 mesi o di 9 mesi per i nuclei familiari che versano in condizioni di oggettiva difficoltà, mentre per le persone appartenenti alle categorie vulnerabili, titolari di protezione internazionale e umanitaria, i tempi di accoglienza possono essere prorogati, sulla base di comprovate esigenze, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno tramite il Servizio centrale dello Sprar.

Prima cosa: non c’è un passaggio dal Cara allo Sprar se non c’è una richiesta di asilo internazionale o se la persona immigrata non ha già lo status di rifugiato internazionale.

Seconda cosa: cos’è lo status di rifugiato internazionale? Cos’è la protezione sussidiaria, chi ha diritto alla protezione umanitaria ed infine chi è il richiedente asilo?

Un rifugiato internazionale è una persona che “(…) temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese(…)”.

Questa definizione viene enunciata dall’art. 1A della Convenzione di Ginevra del 1951, recepita nell’ordinamento italiano dalla legge n.722 del 1954.  Chi è il titolare di protezione sussidiaria?

La protezione sussidiaria è un’ulteriore forma di protezione internazionale. Chi ne è titolare – pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato – viene protetto in quanto, se ritornasse nel Paese di origine, andrebbe incontro al rischio di subire un danno grave. Questa definizione viene enunciata dall’art. 2, lett. g) del Decreto legislativo n. 251/2007.

Chi è il titolare di protezione umanitaria?

Nel caso in cui la Commissione territoriale, pur non accogliendo la domanda di protezione internazionale, ritenga possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario, provvede alla trasmissione degli atti della richiesta di protezione al questore competente per un eventuale rilascio di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria (art. 5, comma 6 del decreto legislativo n. 286/1998.

Chi è il richiedente protezione internazionale (richiedente asilo)?

Richiedente protezione internazionale è la persona che, fuori dal proprio Paese d’origine, presenta in un altro Stato domanda per il riconoscimento della protezione internazionale. Il richiedente rimane tale, finché le autorità competenti (in Italia le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale) non decidono in merito alla stessa domanda di protezione.

Dove è scritto tutto ciò?

La protezione umanitaria è stata introdotta in Italia nel 1998 ed è regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico 286/98. Come abbiamo già detto la condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 paesi.

Allora perché la chiusura dei porti ed i fatti di Castelnuovo di Porto?

Nello scorso mese di luglio il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini ha emanato una circolare diretta ai prefetti, alla commissione per il diritto d’asilo e ai presidenti delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. Ha chiesto maggior severità nel prendere in esame le richieste di soggiorno per motivi umanitari e di adottare criteri più rigidi per l’assegnazione di questo diritto che è il più usato in Italia. “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è stato concesso in una varia gamma di situazioni collegate, a titolo esemplificativo, allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l’Italia, alla permanenza prolungata in Libia, per arrivare ad essere uno strumento premiale dell’integrazione.  Tale prassi ha comportato la concessione di un titolo di soggiorno a un gran numero di persone che, anche in base alla normativa europea sul diritto d’asilo, non avevano al momento dell’ingresso nel nostro paese i requisiti per la protezione internazionale e che, ora, permangono sul territorio con difficoltà d’inserimento e con consequenziali problematiche sociali che, nel quotidiano, involgono anche motivi di sicurezza”. La famosa “la pacchia è finita”…

Dov’è che Salvini trova sponda in questo suo disconoscere totalmente le regole del diritto umanitario e dell’accoglienza? Nel fatto che l’accordo di Bruxelles dello scorso giugno tra i 28 paesi dell’UE è stato molto vago su alcuni punti importanti: le piattaforme di sbarco, per esempio. Bell’idea. Create in paesi terzi dovrebbero consentire una limitazione degli sbarchi di migranti sul territorio comunitario. Ma non è stato deciso chi le ospita, chi le gestisce, quali sono i loro compiti. Com’è il loro eventuale status di enclave extraterritoriale? Qual è il ruolo dei paesi di origine, di transito e di destinazione?

L’apertura dei porti

Il secondo aspetto particolarmente vago dell’accordo è stato quello sull’apertura di porti anche non italiani o greci all’arrivo dal Nord Africa o dal Vicino Oriente di imbarcazioni cariche di migranti, da sistemare in «centri controllati». Da qui si dovrebbe fare una selezione tra migranti economici e richiedenti asilo. Però anche in questo caso non c’è : nessun obbligo dei paesi di aprire questi centri e di accogliere le imbarcazioni in arrivo.

Eduardo Lubrano

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