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Migranti povertà invisibil

I migranti e gli invisibili: viaggio nel limbo del Coronavirus

Lontani dai riflettori, invisibili alle Istituzioni. E spesso costretti a vivere in condizioni di disagio all’interno di strutture non adeguate alle garanzie igienico-sanitarie per fronteggiare la diffusione di Covid-19. I migranti nei centri di accoglienza sono la nuova, o forse la solita, frontiera di condizioni di disagio lasciate in un limbo. Ma a loro si aggiungono i nuovi ‘invisibili’, lavoratori non italiani all’improvviso disoccupati: un risultato della crisi innescata dall’epidemia.

Sono tutte quelle persone che fanno i conti con l’improvvisa perdita del posto di lavoro. Un evento che le fa piombare in una sospensione giuridica e sociale: costrette a vivere, all’improvviso, con documenti scaduti. In alcuni casi si arriva al grottesco: la documentazione è stata sospesa, perché molti uffici sono stati chiusi nel periodo di lockdown, rallentando le procedure. Con tante incognite anche sulla sanatoria prevista dal decreto Rilancio.

Migranti con documenti scaduti per Covid

Coronavirus diguaglianze

Foto di AD_Images da Pixabay

Un numero indefinito di migranti si ritrova con il permesso di soggiorno scaduto. Sono finiti – loro malgrado – in una condizione di illegalità. Il decreto del 9 marzo, infatti, aveva disposto anche la chiusura degli sportelli degli Uffici immigrazione delle Questure in tutta Italia. Gli unici servizi assicurati erano relativi alle procedure delle espulsioni e alla ricezione delle richieste di riconoscimento della protezione internazionale.

“A Milano scopriamo le differenze tra le aspettative e la realtà, fatta di persone che hanno lavorato tanti anni e che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno dopo che lo hanno perso”, spiega a Impakter Italia Loredana Carpentieri del Programma Italia di Emergency. “Ci sono persone che parlano benissimo l’italiano, che vivono qua da decenni. E ora sono costrette a vivere come dei senza fissa dimora o comunque da irregolari”, aggiunge. La questione, dunque, è strettamente legata anche all’aumento della povertà (come raccontato in un altro articolo di Impakter Italia).

L’allarme dell’Asgi

Migranti barcone

Foto Flickr: https://www.flickr.com/photos/dfmagazine/19863662131/in/photostream/

Per questo motivo l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) aveva lanciato, già a marzo, una precisa richiesta: “La proroga ex lege di 6 mesi/1 anno di tutti i permessi di soggiorno scaduti o in scadenza e dei titoli di viaggio rilasciati dalle Questura italiane (anche al fine di recarsi nel proprio paese di origine per il rilascio del passaporto) nel periodo di emergenza coronavirus. Salvo successive proroghe al permanere dell’emergenza stessa, non essendo sufficiente la previsione della loro validità sino al 15 giugno 2020”.

Così, spiega ancora l’Asgi, “pur essendo possibile l’accesso in Questura ai fini della richiesta di protezione internazionale, non sempre è garantito un effettivo presidio negli uffici competenti, ovvero la possibilità di prenotare un appuntamento al fine di formalizzare la domanda di asilo, con la conseguenza che molte/i cittadine/i straniere/i sono esposti al rischio di essere fermati dalle forze di polizia senza aver alcun giustificativo alla circolazione e al soggiorno, con le gravi conseguenze previste dalle legge”.

Migranti e invisibili: l’impegno di Emergency

Immagine tratta dal sito di Emergency

“La situazione paradossale per gli irregolari è quello di avere dei diritti e non saperli esercitare, perché non lo sanno. Noi operatori abbiamo dovuto fare un intenso lavoro per l’ottenimento dei servizi”, osserva Carpentieri. “In particolare per chi era appena uscito dai centri di accoglienza – aggiunge l’operatrice di Emergency – abbiamo notato la mancanza di consapevolezze dei diritti. Molti avrebbero potuto avere un medico di base, ma non lo sapevano. Questa situazione di emergenza sanitaria ha portato alla luce delle contraddizioni preesistenti. Del resto il livello del sistema sanitario si capisce dal modo in cui assiste gli ‘ultimi’”.

La questione umanitaria e giuridica tocca anche un altro aspetto, altrettanto importante: il possibile aumento dei contagi. Senza adeguata assistenza, le persone più in difficoltà potrebbero alimentare dei focolai. Così Emergency, a Milano, ha preparato un’iniziativa di supporto: “Abbiamo creato una zona di triage in cui un’infermiera valutava quale fosse la situazione del paziente, affiancata da un mediatore culturale, per capire se avesse dei sintomi compatibili con il Covid”, sottolinea Carpentieri. “Quindi cercavamo di capire se aveva un medico di base e poi continuare a monitorarlo telefonicamente. A volte abbiamo offerto anche assistenza per inviare una mail, cosa che non è scontata per tutti”, conclude.

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