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I farmaci non funzionano più ? Risponde Silvio Garattini

Il rapporto di una commissione di esperti scientifici delle Nazione Unite ha evidenziato che le procedure mediche, gli interventi chirurgici e le patologie comuni sono diventate a rischio proprio per il ‘livello allarmante’ di resistenza registrato tra medicinali di uso comune. Oltre agli antibiotici, anche fungicidi, antivirali, antiparassitari e antimicrobici. Impakter.it ne ha parlato con il Prof.Silvio Garattini, farmacologo di fama mondiale, fondatore dell’Istituto di Ricerce Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Professore questo allarme è improvviso?

“Assolutamente no. Da anni nella comunità medico scientifica si discute del fatto che alcuni farmaci, soprattutto gli antibiotici non hanno più gli stessi effetti curativi di prima: si dice che la resistenza segue un farmaco come la sua ombra. Quindi sapevamo che questo momento sarebbe arrivato. Si parla dei farmaci anti virus ed anti infettivi che possono avere una origine sintetica o di altro tipo. Però avevamo tanti prodotti e cambiavamo in continuazione. Oggi il problema si chiama “multidurg resistence”. Per esempio sono a rischio molti tipi di broncopolmoniti che possono rischiare di essere difficili da curare”.

Quindi il problema è molto grande

“Decisamente. Come specifica il rapporto non c’è differenza tra paesi ricchi e poveri. Ma il fenomeno riguarda in particolare l’Occidente dove certi farmaci, certe terapie farmacologiche hanno funzionato. In Africa o altri paesi non ancora sviluppati per certi versi si continua a morire di certe malattie a prescindere dai farmaci o meno. Il rischio è quello di tornare al periodo pre-antibiotici. Non ci arriveremo perché nel frattempo sono cambiate le condizioni igieniche, alimentari e generali della vita per cui siamo più forti, ma la strada è quella. Anche perché la globalizzazione ha investito anche la diffusione dei batteri, dei virus che oggi viaggiano da un posto all’altro del mondo con molta facilità. Basti pensare al ritorno del problema della tubercolosi”.

Perché siamo arrivati a questo punto?

“Abbiamo abbondato nell’uso dei farmaci quando non era necessario. Un esempio? Gli antibiotici per l’influenza. Oppure la massiccia diffusione degli antibiotici stessi negli allevamenti degli animali. Il problema sta nel fatto che il farmaco non uccidendo il batterio ha permesso che questo sviluppase una sua resistenza al farmaco stesso annientandone o quasi l’utilità”.

Di cosa avremmo bisogno di fronte a questo allarme?

Vorrei dire di una cultura del farmaco e mi spiego. Ci serve una ricerca ed una informazione indipendente dalle industrie farmaceutiche. Perché se rimaniamo agganciati a questo sistema non ne usciamo. Dobbiamo lanciare programmi di ricerca che ci permettano di trovare nuovi farmaci, nuovi tipi di antibiotici. Avremmo bisogno delle prescrizioni a pillole come nei paesi anglosassoni: se un paziente ha necessità di prendere 2 pillole al giorno per quattro giorni deve poter andare in farmacia e poter comprare 8 pillole non l’intera confezione da dieci o venti pillole. Compiti del Ministero della Salute, dell’Aifa (l’Agenzia Italiana del Farmaco) e degli Organismi accademici di ricerca. E non costerebbe chissà quali cifre. Per il fondo del Servizio Sanitario Nazionale – che è una gran cosa – spendiamo 115 miliardi: basterebbe destinare il 3% di questa cifra alla ricerca ed all’informazione e sarebbe un bel passo avanti”.

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