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I detriti spaziali che stanno per caderci addosso

Nello spazio ci sarebbero – secondo le ultime stime –   circa 2 mila satelliti attivi e 3 mila inattivi. Aggiungendo pezzi di razzi e altri detriti, la somma totale fa 34 mila oggetti che vagano sopra le nostre teste. Un inquinamento vero e proprio per il quale e non esiste alcuna regolamentazione internazionale che obblighi gli operatori a recuperare detriti o dispositivi abbandonati e distruggerli non è una soluzione perché creerebbe altri detriti ancora più piccoli.

Ed è un problema di proporzioni gigantesche. L’allarme sulla quantità di detriti, frammenti di satelliti e razzi non operativi, lo ha lanciato Holger Krag, uno dei massimi funzionari addetti alla sicurezza spaziale dell’agenzia europea ESA. Se ne è parlato ad Helsinki durante l’European Space Week. E nel filmato qui sotto trovate proprio le cifre di questo disastro annunciato

Tra le altre cose Krag ha anche detto :”Il regolamento spaziale prevede libertà quasi illimitata da un punto di vista legale: ogni paese ha libertà di accesso allo spazio, così come ce l’hanno le sue aziende. L’unico limite di questa libertà è quello di non entrare in conflitto con la libertà altrui. Non è possibile fare leggi o regole: ecco perché non credo che vedremo tanto presto alcun regime simile a quello del traffico aereo“.

La soluzione verrà dal pragmatismo e dalla responsabilità degli operatori. Oggi è già possibile trasmettere posizione e piani di manovra. Sono ottimista, i segnali sono buoni.

La principale sala di controllo per evitare potenziali collisioni spaziali è la rete di sorveglianza spaziale dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti. Sono molto pragmatici nel condividere i loro dati. È una fonte estremamente significativa per chiunque operi su veicoli spaziali, non si potrebbe fare a meno di loro” ha spiegato Krag.

Si tratta di un sistema militare, quindi non ha bisogno di tanta precisione. È stato creato per proteggere gli Stati Uniti, non per tracciare minuscoli oggetti che volano a 40mila km/h. Il sistema di allarme non è molto affidabile, con conseguenti frequenti falsi allarmi che costano tempo, denaro e ore di lavoro.

“Oggi, l’ESA dispone di una flotta di 20 veicoli spaziali. Per ognuna di queste 20 navicelle, riceviamo diverse centinaia di allarmi di collisione ogni un giorno. La cosa ci tiene abbastanza occupati: la maggior parte sono falsi allarmi proprio perché i dati mancano di precisione e agiamo in base alle probabilità.”

I detriti volano a 25mila km/h, quindi le soluzioni di cui abbiamo bisogno sono diverse dalle normali esigenze del traffico aereo. Dobbiamo coordinarci, e tutto deve essere automatizzato. Non possiamo aspettare che le Nazioni Unite sviluppino un sistema centrale di gestione del traffico, ci deve essere una soluzione pragmatica tra gli operatori già in orbita“.

Una delle soluzioni potrebbe essere nel trovare un sistema per “riportare a casa” i detriti esistenti, ma non è così facile come pensarlo.

Si tratta di oggetti che non emettono luce o segnali, che volano a 25mila km/h su un’orbita casuale. A questa velocità, il più piccolo pezzo di rottame può causare danni devastanti. Questo tipo di soluzione dovrebbe anche essere economica visto che bisognerebbe riprodurla migliaia di volte.

Costruire un “muro” nello spazio non è possibile perché i detriti nello spazio rimbalzerebbero nella direzione opposta)allora l’ESA ha pensato all’ “abbraccio robotico” ClearSpace-1.

È come un tentacolo che abbraccia l’oggetto così da catturarlo prima ancora di toccarlo. Le dinamiche nello spazio sono molto interessanti: se tocchi l’oggetto da un lato, si allontana immediatamente dall’altro, e così è meglio abbracciarlo e poi afferrarlo tutto intero” spiega ancora Holger Kreg.

“Ma non dimentichiamo che si tratta di un’operazione estremamente difficile. È già difficile attraccarsi alla Stazione Spaziale Internazionale, mentre ora cerchiamo di interfacciarci con un oggetto senza sapere nemmeno con precisione cosa sia e come si muova… non invia alcun segnale, e quindi dobbiamo determinare la sua posizione da terra; poi rifare lo stesso dallo spazio; dobbiamo incontrarlo, catturarlo, spostarlo verso terra e portarlo fuori dallo Spazio. Una cosa mai tentata prima“.

I detriti spaziali che stanno per caderci addosso

Un’altra soluzione che l’ESA raccomanda è quella di costruire dispositivi che ogni operatore dovrebbe essere in grado di riportare a terra una volta completata la sua missione. Per far questo bisognerebbe mantenere nel dispositivo un po’ di carburante per la manovra di ritorno, ma gli operatori spesso preferiscono usare il satellite il più a lungo possibile, lasciandoli poi bloccati senza più benzina per fare rientro.

Non si tratta necessariamente di malafede –  dice Krag –  in quanto è molto difficile portare un oggetto a terra: solo il 50% delle missioni ci riesce.

“Una buona idea per migliorare? Prevedere una missione di monitoraggio al centro operativo per un’ispezione tecnica, come si fa con la propria auto, una volta all’anno“, conclude Krag. “Poi abbiamo bisogno di tecnologia, e qui ESA può essere d’aiuto per esempio con motori indipendenti e sistemi di comunicazione indipendente per i satelliti così da poterli utilizzare a fine vita”.

Krag avverte : La temuta sindrome di Kessler – una sorta di maxi tamponamento a catena – è già realtà, di questi tempi. “Anche se l’esplorazione dello spazio terminasse oggi, il numero di oggetti continuerebbe a crescere a causa delle collisioni. Dovremmo almeno cercare di limitare questo effetto. È un po’ come per il cambiamento climatico, dove il riscaldamento oltre i 2ºC creerebbe effetti a cascata. Se non cambiamo nulla, sarà un disastro. I nuovi attori devono comportarsi molto meglio di quanto abbiamo fatto in passato“.

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