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Hong Kong: proteste infinite che chiamano in causa Londra

Da un lato le richieste dei manifestanti, ormai non più disposti a credere alle promesse delle autorità locali sostenute dalla Cina, dall’altro le Istituzioni internazionali – come l’Onu – che chiedono alle forze dell’ordine di non far ricorso alle violenza. Con in mezzo la Gran Bretagna, “tirata per la giacchetta” dagli attivisti per la democrazia. La situazione a Hong Kong continua a essere incandescente: proprio nelle ultime ore c’è stato un grande corteo che ha portato in piazza decine di migliaia di persone. Una folla che ha sfidato il divieto di manifestare imposto dal governo. Rispetto alle precedenti proteste, il quadro è molto più complicato a causa della diffidenza, per usare un eufemismo, verso Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong, nominata dalla Cina. E in un contesto esplosivo non basta il ritiro della riforma sull’estradizione, vista come un ulteriore cedimento al governo di Pechino. E che ha rappresentato la scintilla della rabbia popolare.

La società civile di Hong Kong vuole di più: maggiore democrazia e il suffragio universale, ossia la possibilità di eleggere direttamente i propri rappresentanti. Quindi la sostanziale esautorazione della Cina dalla vita politica della città. Tanto che adesso è stato chiesto direttamente l’intervento del Regno Unito, di cui Hong Kong è stato a lungo una colonia. “Sollecitiamo il governo di Sua Maestà a rivedere lo status di ‘un Paese, due sistemi’ e ad agire contro le violazioni. Alla luce del grande pericolo con il quale ci confrontiamo quotidianamente, è un dovere per il governo britannico rivedere le politiche su Hong Kong per proteggere la nostra gente”, hanno messo nero su bianco i manifestanti in una lettera destinata al consolato di Londra.

Cosa può fare il Regno Unito a Honk Kong?

In una crisi così delicata, che si protrae da mesi, è difficile immaginare quale ruolo possa ricoprire il Regno Unito, peraltro alle prese con l’avvitamento sulla Brexit. Un po’ di storia (qui per approfondimento) può aiutare a contestualizzare la situazione: la città di Hong Kong è stata sotto il controllo di Londra fino al 1997, attuando l’accordo trovato tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping. Il passaggio di consegne con la Cina prevedeva lo status di regione amministrativa speciale, seguendo la linea del “un paese, due sistemi” alla luce anche dello stile di vita e del sistema finanziario decisamente più british che cinese. L’obiettivo politico della Repubblica popolare è però ben noto: arrivare alla cosiddetta normalizzazione dell’ex colonia britannica, ossia ricondurre la città sotto l’egida cinese sia da un punto di vista sociale che economico. Un’influenza sempre più forte, quindi.

Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong

In questa politica dei piccoli passi verso la “normalizzazione” rientrava anche il progetto di legge sull’estradizione, che avrebbe favorito il controllo della Giustizia di Pechino su Hong Kong. Una situazione che ha portato alla nascita dei movimenti di protesta. Così i manifestanti hanno avanzato delle precise richieste, nei limiti del possibile: quantomeno il riconoscimento della residenza ai cittadini possessore passaporti per i British National Overseas (Bno), dati ai residenti dell’ex colonia senza connessioni dirette con il passaggio del 1997. Oggi chi possiede il Bno può andare liberamente in Gran Bretagna, ma senza il riconoscimento della residenza. 

L’appello dell’Onu

Le tensioni con le forze dell’ordine di Hong Kong hanno provocato anche la reazione delle Nazioni Unite. “Siamo seriamente preoccupati per le notizie di casi ripetuti in cui le autorità non sono riuscite a garantire un ambiente sicuro per le persone impegnate nelle proteste pubbliche”, hanno dichiarato gli esperti di diritti umani dell’Onu. “La strada da percorrere – hanno aggiunto – non è quella della repressione di voci dissenzienti né l’uso di una forza sproporzionata. Esortiamo le autorità a impegnarsi in un dialogo autentico al fine di affrontare le richieste di un numero enorme di manifestanti che sono preoccupati per il futuro di Hong Kong”.

Una presa di posizione significativa nei confronti della Cina, con un’ulteriore aggiunta: ““Comprendiamo la responsabilità delle autorità di garantire l’ordine pubblico, ma gli standard internazionali richiedono che un tale obiettivo non possa spostare i diritti delle persone alla libertà di espressione e il diritto di protestare”. Tuttavia, dalle Nazioni Unite è arrivata una mano tesa verso Pechino: “Accogliamo con favore l’impegno delle autorità cinesi che hanno condiviso aggiornamenti sulla situazione nelle ultime settimane e si sono impegnate a proseguire un dialogo costruttivo e franco con le autorità statali e tutte le parti interessate. Rimaniamo pronti a sostenere qualsiasi sforzo per facilitare un dialogo partecipativo, inclusivo e autentico tra autorità governative e manifestanti pacifici”.

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