Back
Fridays for Future Greta Thunberg emissioni

Fridays4Future: Ilaria Restifo spiega come affrontare la crisi climatica

Concorda sul principio per cui “il tempo delle parole è finito”. Spiega come “l’industria energetica potrebbe ridurre le emissioni di metano di circa il 75%, di cui due terzi senza costi netti”. E invita a indicare la data “dell’uscita dal carbone” per fare dei reali passi in avanti sulla crisi climatica. Ilaria Restifo, referente italiana dell’Environmental defense fund (Edf) un gruppo di difesa ambientale internazionale, spiega in questa intervista a Impakter Italia come affrontare la crisi climatica. Fornendo quelle risposte necessarie agli attivisti dei Fridays for Future (qui un articolo di Impakter Italia sul tema).

Ilaria Restifo

Ilaria Restifo (Fonte: screenshot video Lanfranco Palazzolo)

La mobilitazione dei Fridays for Future torna nelle piazze. Quali risposte bisogna dare ai giovani, e non solo a loro?
Quello che mi ha colpito guardando le dichiarazioni di Greta Thunberg a Milano, rispetto ad altri suoi interventi, è l’essenzialità quasi priva di parole, a rasentare un grammelot caro a Dario Fo: There is no planet B there is no planet Bla: bla bla bla. Bla bla bla. Mi sembra fin troppo evidente il messaggio: il tempo delle parole è finito. E l’unica risposta da poter dare ai giovani non può più essere solo verbale. La riposta deve passare per i fatti.  Credo che solo davanti ad azioni concrete, le nuove generazioni che si rispecchiano in Greta potranno tornare ad aver fiducia nel futuro e attenuare uno scontro intergenerazionale che sembra essere in atto. Glielo dobbiamo. Mi viene in mente una frase dell’economista Paul Krugman. Semplicissima ed illuminante: “È nell’interesse della maggior parte delle persone (specialmente dei loro discendenti) che qualcuno faccia qualcosa per ridurre le emissioni di CO2 e di altri gas serra, ma ognuno vorrebbe che quel qualcuno fosse qualcun altro”. 

In effetti le nuove generazioni sono le più esposte al cambiamento climatico e sembrano inermi di fronte a questa condizione…
Ecco, credo che la rabbia e la sfiducia del popolo di Fridays for Future derivi da questa sensazione di impotenza, dal fatto di sentirsi il collo di bottiglia che erediterà gli scenari per nulla rassicuranti delineati nell’ultimo rapporto di valutazione dell’IPCC, che non lascia dubbi sull’impellente necessità di agire ora per arginare il riscaldamento globale e sul fatto che il mutamento climatico è responsabilità delle attività umane.

Quali soluzioni si possono adottare per azzerare le emissioni inquinanti?
Intanto c’è da fare una premessa sul significato del verbo azzerare. La neutralità climatica è il risultato di un bilanciamento tra emissioni di gas serra generate ed emissioni riassorbite: è l’esito finale di un processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni generate. Per quanto riguarda le emissioni di metano, di cui mi occupo – e nello specifico le emissioni di metano dell’industria O&G – c’è da dire che, a differenza della CO2, il metano decade in atmosfera; però, entro i primi 20 anni dal suo rilascio, il potenziale di riscaldamento globale del metano è di oltre 80 volte superiore a quello della CO2. Da questo punto di vista è un driver fondamentale del riscaldamento nel breve termine. È per questo che recentemente il tema delle emissioni di metano ha assunto una dimensione molto rilevante nell’agenda internazionale.

 

Nel dettaglio cosa si intende?
Le cause antropiche delle emissioni di metano non si limitano al solo settore energetico. I tre macrosettori responsabili di queste emissioni sono agricoltura, gestione rifiuti e energia. Il punto è che il settore energetico è riconosciuto essere quello in cui la riduzione delle emissioni risulta più rapida ed efficace, e quindi rappresenta il settore più adatto per l’imitare nell’immediato l’aumento di temperatura entro l’obiettivo di 1.5° Celsius.  Fortunatamente, il metano dalla filiera Oil&Gas può essere gestito con soluzioni economicamente accessibili: secondo l’International Energy Agenzia (IEA), grazie alle attuali tecnologie, l’industria energetica potrebbe ridurre le emissioni di metano di circa il 75%, di cui due terzi senza costi netti. E questo per il semplice fatto che il metano recuperato è metano da vendere. L’imminente legislazione europea per introdurre tecniche obbligatorie di monitoraggio e verifica delle emissioni su tutta la filiera del gas naturale, rappresenta appunto un primo passo per dare risposte concrete al problema.

Nelle ultime settimane si è molto parlato dell’impatto della transizione ecologica sulla bolletta energetica. Esistono soluzioni per scongiurare ricadute economiche sulle famiglie?
Il tema, oltre che politicamente controverso, è anche intrinsecamente complesso poiché implica un’analisi dettagliata sulla formazione del prezzo marginale del gas, sui fondamentali, sulle contingenze di mercato ecc. Il sistema energetico europeo, per esempio, è spesso esposto a fluttuazioni del gas naturale che dipendono dalle circostanze esterne dei fornitori esteri. Nel momento di panico, il rischio è voler a tutti i costi trovare un colpevole che, in questo caso, sembra personificarsi nella transizione stessa. Ma stiamo appunto parlando di una fase di transizione tra il graduale declino del paradigma fossile al passaggio graduale verso i nuovi gas, le rinnovabili e, in generale, le soluzioni zero carbon che, però, non sono ancora disponibili su larga scala.

Bisogna accettare una fase di instabilità?
È qui il punto: lo stallo. Ma anche il fattore tempo. In un certo senso, c’è da prevedere che – gradualmente appunto – i prezzi dei combustibili fossili siano intrinsecamente destinati ad aumentare. Per la stessa logica con cui è stato introdotto il concetto di “chi inquina paga” e il sistema ETS: a un certo punto non è più conveniente inquinare; le soluzioni legate ai fossili diventano meno vantaggiose rispetto alle soluzioni verdi. Ma le alternative non sono ancora disponibili, ed è prevedibile che fino ad allora possano verificarsi episodi concentrati di volatilità dei prezzi. È proprio al rischio dei picchi di prezzo che bisognerà far fronte, possibilmente con una cabina di coordinamento centrale per scongiurare la possibilità di coglierci impreparati. Per il momento gli Stati stanno correndo ai ripari in ordine sparso per tutelare i cittadini. Chi, come l’Italia, usa i fondi pubblici per calmierare gli oneri di sistema e chi, come in Spagna, introduce sistemi di defiscalizzazione e di tassazione sugli extraprofitti.

Quali aspettative ci sono intorno alla Cop26 di Glasgow, da molti definito davvero l’ultimo appello per intervenire sull’emergenza climatica?
C’è un’aspettativa diffusa intorno agli esiti di questa ventiseiesima Conferenza delle Parti, che non si vedeva da anni, probabilmente. Direi che in cima alle priorità ci deve essere la graduale eliminazione del carbone con una data di uscita, e contemporaneamente puntare a decarbonizzare al massimo i suoi processi produttivi. In questo senso diventa significativo anche l’accordo sulla Global Methane Pledge. Un’iniziativa per ridurre le emissioni globali di metano del 30% entro il 2030, che sarà lanciata alla COP26 di Glasgow e supportata, oltre che da UE e USA, anche da alcuni singoli stati, tra cui l’Italia. Centrale l’azione diplomatica in corso nei confronti della la Cina, che inquina più del resto del G20 e intende continuare fino al 2030, con esiti incerti sulla scadenza al 2050. Fondamentalmente, Pechino non sembra avere intenzione di sacrificare la crescita per amor di clima, a meno di non vederne un chiaro vantaggio economico.

In Europa come dobbiamo reagire a questa situazione?
La cosa che sarebbe auspicabile a mio avviso – sia dal punto di vista ambientale che da quello economico – è che a fronte di un maggiore impegno della Cina su questo o quel punto in agenda, l’Unione Europea in particolare finisca per cedere alla pretesa di un regime meno rigido sull’importazione dei suoi prodotti (che incamerano una forte quota di CO2 emessa), penalizzando così le proprie industrie virtuose. E l’unico effetto sarebbe di alimentare ulteriormente il fenomeno del carbon leakage, ovvero la delocalizzazione delle nostre aziende dove i vincoli produttivi e ambientali sono minori. Un circolo vizioso. Viene da dare molta ragione a Greta, anche se chiaramente non si possono mettere tutti i Paesi sullo stesso piano.

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. Privacy policy

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup