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Greenwashing: una guida facile per smascherarlo

Greenwashing: la minaccia più insidiosa per il cambiamento verso un modello di sviluppo più sostenibile. Ecco alcuni consigli per aiutare i consumatori a difendersi dalla “truffe green”.

Oggi l’espressione “sostenibile” è usata troppo spesso come strategia per impedire ai consumatori di capire veramente da dove provengono i prodotti proposti sul mercato. E non solo. Viene anche usata per nascondere eventuali problemi di trasparenza nelle catene di approvvigionamento. Questo fenomeno, ormai noto, si chiama greenwashing. Impakter Italia ne ha parlato molte volte. Ecco alcuni consigli per smascherare un marchio che tenta di ingannare il consumatore con una cortina fumogena di marketing a base di finta sostenibilità ambientale.

Chi fa davvero cosa. Il primo passo per smascherare il greenwashing

Innanzitutto bisogna chiedersi se l’azienda stia misurando le proprie emissioni di carbonio. Ma non basta. Bisogna anche chiedersi se stia fornendo dati attraverso rapporti annuali regolari e verificabili.  È inoltre fondamentale capire quali tipologie di individui sono “associati” al marchio? Sono persone che praticano la sostenibilità o che la predicano soltanto dietro lauto compenso?

Questo aspetto diventa cruciale in un’epoca di social media influencer, celebrità e attivismo sportivo. È importante guardare a chi predica la bibbia della sostenibilità di un’azienda. Il rischio che sia tutta una recita ben pagata ad uso e consumo del mercato è sempre dietro l’angolo. In sostanza, il vip che presta la sua faccia per garantire la sostenibilità di un brand, non basta che si faccia riprendere mentre fa sport o pianta alberi nel terreno della propria abitazione.

L’azienda fa davvero economia circolare?

Un altro aspetto a cui guardare è se l’azienda stia davvero innovando verso un modello di economia rigenerativa o circolare. Un esempio concreto, Regrained, fondata da Dan Kurzrock, è un’azienda che prende il grano esaurito dai birrifici e sviluppa opzioni alimentari salutari come barrette di cereali, farina di birra e pasta. Inoltre è co-fondatrice dell’Upcycled Food Association e attualmente collabora con l’USDA per sviluppare soluzioni per combattere la crisi climatica.

Occhio alla compensazione! Il nascondiglio preferito di chi pratica greenwashing.

Infine, la domanda più importante: il danno ambientale prodotto da una determinata azienda supera o è inferiore a quello che l’azienda “restituisce”  all’umanità e allo stesso ambiente? La combinazione perfetta sarebbe che l’azienda ripulisca l’ambiente dai rifiuti che produce. Questo è l’aspetto più delicato. Perché è proprio nella promessa di compensazione che si nasconde maggiormente la minaccia del greenwashing. Molte aziende non attuano alcuna transizione ecologica nei loro sistemi produttivi. Rimandano la questione alla promessa di piantare alberi in qualche parte del mondo.  Ma anche quando questo avviene davvero, come verificare che davvero l’azienda abbia mitigato in modo sostanziale le emissioni di CO2? Come essere rassicurati sulla terzietà degli organismi preposti al controllo di queste operazioni tanto utili alla buona reputazione delle aziende? Quest’ultima è certamente una questione fuori dalla portata del singolo consumatore. Ma il consumatore può e deve agire in concerto con gli altri consumatori per fare pressione su governi e organizzazioni internazionali affinché queste istanza siano davvero centrali nel dibattito pubblico.

Parzialmente tradotto dall’originale presente su Impakter.com, scritto da Aubrey McCormick.

 

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