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Giuseppe Conte governo

L’Epifania questo governo può portar via

Dopo la crisi di governo ferragostana, nel 2019, si è sfiorata la crisi natalizia, giusto un anno e mezzo dopo. I protagonisti sono gli stessi, più o meno. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e Matteo Renzi, che torna regista di operazioni parlamentari. A differenza di allora, c’è un Matteo Salvini relegato al ruolo di spettatore (per quanto interessato alla vicenda). L’esito resta tutto da capire. Tante assonanze, dunque, con l’estate 2019. Ma lo scenario è molto diverso: è in atto una pandemia, che ha provocato oltre 70mila vittime, con una crisi economica devastante che sta bruciando migliaia di posti di lavoro, aumentando disuguaglianze e povertà.

Le minacce di sfiducia, attraverso le dimissioni delle ministre di Italia viva, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, non sono del tutto sfumate. Sono solo rinviate al nuovo anno con l’Epifania, che questo governo potrebbe portar via. Verso quale soluzione? Chissà. Nemmeno i protagonisti della vicenda hanno una risposta sicura. 

Governo: l’impervio sentiero del rimpasto

L’ipotesi numero uno è quella del rimpasto, immarcescibile rito della Prima Repubblica: un cambio del governo con la sostituzione di alcuni ministri. L’obiettivo, in teoria, sarebbe quello di rinforzare la compagine ministeriale. Solo che, al di fuori dell’universo politichese, risulta complicato immaginare un consolidamento dopo tanta tensione. Peraltro, per questa opzione esistono due diramazioni: un ritocco light, con il giuramento dei nuovi ministri al Quirinale, e il rapido superamento dell’impasse o il meccanismo della “crisi pilotata”. Quindi le dimissioni del presidente del Consiglio e un nuovo incarico per un Conte ter, la formale richiesta alla fiducia in Parlamento. In entrambi casi l’operazione è più facile a dirsi che a farsi.

“Queste cose sai come iniziano e non sai come finiscono”, è la sintesi politica che circola tra Camera e Senato. E non è un discorso peregrino: di mezzo c’è la ripartizione di poltrone; un intervento che accontenta qualcuno, ma che finisce per alimentare schiere di malcontenti. Categoria, quella dei malpancisti, che già abbonda nell’alleanza giallo-rossa, o giallo-rosé, a seconda delle interpretazioni. Così il rimpasto sembra il Godot della legislatura, un “di là a venire”, come del resto è avvenuto per il primo governo Conte. Solo che il finale, in quel caso, è storia nota.

Anno nuovo, presidente nuovo

Tra l’ipotesi di un rimpasto light o un rimpasto strong, c’è stato il cambio di colore della maggioranza, avvenuto proprio a Ferragosto, nell’estate del Papeete salviniano. Così c’è il rimpasto, che appare un sentiero impervio, percorribile solo per gli appassionati del retroscenismo politico. Ma all’orizzonte si staglia un’altra tentazione: l’evocazione dell’ex numero uno della Bce, Mario Draghi, nel ruolo di nuovo presidente del Consiglio, in un “governone”, con “tutti dentro” (o quasi), con il rischio che si tramuti in un governicchio, assai travicello.

Palazzo Montecitorio (Foto di LPLT – License creative commons)

Sul profilo di Draghi nessuno può eccepire alcunché: il suo curriculum non richiedere approfondimenti specifici. Ma una domanda, realista, andrebbe posta: con quale programma potrebbe mettere insieme una maggioranza? Un esempio su tutti: in Parlamento ci sono forze nettamente ostili all’attivazione del Mes sanitario (il prestito di 37 miliardi di euro da investire i Sanità). Quale miracolo può avvenire affinché Movimento 5 Stelle e Lega possano convertirsi per questa soluzione? Ed è solo un punto, tra i tanti. Date le premesse Draghi potrebbe porsi molte domande sull’accettazione di un compito improbo.

Dal governo pandemico al voto in emergenza

Il ragionamento politico non deve ignorare un ulteriore elemento, non proprio secondario: le trattative per la formazione del “governone” si svolgerebbero in piena pandemia, mentre vengono diramati i bollettini delle vittime di Covid-19.  E magari con la necessità di imporre nuove restrizioni (a farlo di fatto sarebbe un Conte dimissionario). Così, si intravede un altro sbocco, il modello israeliano: le elezioni anticipate, nonostante l’emergenza epidemiologica in atto.

In democrazia il ritorno al voto non è mai un male assoluto. Israele insegna: il dissolvimento della fragile alleanza tra Bibi Netanyahu e Benny Gantz ha portato allo scioglimento del Parlamento di Tel Aviv in contemporanea al nuovo lockdown e a causa della mancata approvazione della Legge di Bilancio. Esiste, però, un discorso di rispetto che andrebbe portata ai cittadini: evitare che la politica si avviti su se stessa, proprio ora. Con gli italiani costretti a vivere una campagna elettorale pandemica. Sicuramente possibile da un punto di vista pratico e tecnico, ma altrettanto sconsigliabile per una questione di decoro.

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