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Gli orti urbani: sostenibilità circolare

Cosa sono gli orti urbani e quanto sono sostenibili. Su Impakter Italia abbiamo scritto di orti sui tetti, per esempio a Parigi,. Ora ci occupiamo di una pratica antica quanto lo sono le ricerche storiche che ci danno memoria delle attività quotidiane dell’uomo.

Senza tornare indietro nel tempo di troppi secoli, la pratica di avere degli spazi coltivabili per frutta, verdura ed ortaggi nell’era moderna risale alla metà dell’’800, con i Kleingarten tedeschi, riservati esclusivamente ai bambini. Più tardi nel corso dello stesso secolo nascono i Jardin Ovrieurs (giardini operai).  dall’attività del Monsignor Jules Lemire, politico e uomo di grande cultura: questi giardini operai avevano un duplice obiettivo: coltivare l’orto come possibile fonte di risorse economiche e alimentari, ma di considerarlo anche come forma di sviluppo e di arricchimento del rapporto familiare.

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Gli orti urbani in Italia

Nel nostro Paese gli orti urbani si svilupparono durante la Seconda Guerra Mondiale grazie alla campagna “Orticelli di Guerraper la quale il verde pubblico venne messo a disposizione della popolazione per coltivare verdure e legumi. L’obiettivo era quello di rendere coltivabile ogni singolo pezzo di terra e sfamare la gente.

Da allora questa sana pratica fu lasciata morire, almeno ufficialmente fino a quando, qualche anno fa, non ha visto una rinascita almeno grazie ad alcune associazioni e gruppi di cittadini hanno iniziato a pensare agli orti urbani come mezzo per rilanciare l’agricoltura biologica.

Biofarm scrive: “Come conferma una ricerca di Coldiretti, nei principali capoluoghi d’Italia si è assistito a una crescita del 36,4% in soli 5 anni. Tra piccoli appezzamenti e spazi riservati alla coltivazione famigliare, i dati Istat del 2017 ci dicono che il fenomeno “urban farmers” in Italia è guidato dall’Emilia Romagna, con i suoi 704 mila metri quadrati di orti urbani, seguita dalla Lombardia (193 mila metri quadrati) e dalla Toscana (170 mila). Chiudono il quintetto il Piemonte e il Veneto, che registrano rispettivamente 144 mila metri quadrati e 106 mila metri quadrati. Nel Centro e al Sud il fenomeno è più contenuto, ma non per questo meno importante: il plauso va alle Marche (104 mila metri quadrati), ma anche alla Campania (116 mila metri quadrati)”.

Alla domanda sul perchè alle persone che vivono in città piaccia così tanto coltivare la terra, le risposte sono queste: il 25,6% degli intervistati dice di essere mosso dalla voglia di mangiare prodotti sani e genuini, il 10% per passione e il 5% per risparmiare sulla spesa di casa.

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A cosa servono gli orti urbani

La sostenibilità degli orti urbani è circolare. La loro istituzione rientra nella politica di promozione salvaguardia – attraverso la coltivazione ortofrutticola – del territorio comunale ed in particolare delle aree periurbane ed extraurbane.

Le aree che vengono concesse per la realizzazione di “Orti Giardini Urbani” – la definizione ufficiale che ne danno i Comuni che sono i proprietari delle aree concesse in affitto a prezzi simbolici –  vengono così preservate dal degrado, dall’abbandono, dagli usi impropri e, allo stesso tempo, rivisitate e rivissute dai cittadini che tornano ad essere “padroni” del territorio.

Altri benefici importanti sono la tutela della biodiversità agricola, riduzione della produzione di rifiuti, la voglia di fare qualcosa per i problemi climatici, di combattere l’esclusione sociale e la solitudine che sono tipici delle grandi e piccole città, una spesa minore meno grazie a una filiera agroalimentare corta.

Un esempio di tutto questo è dato dal fatto che circa 10-20 metri quadrati di terreno possono produrre verdura sufficiente al fabbisogno di una persona per un anno intero.

Per avere accesso ad un pezzo di terra da coltivare in città – se non se ne ha uno proprio – bisogna rivolgersi ad associazioni o gruppi costituiti attraverso il comodato d’uso; saranno poi le associazioni a dividere gli appezzamenti in piccoli lotti da destinare ai cittadini che ne faranno richiesta, con particolare attenzione alle categorie in difficoltà.

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