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Foibe:ecco la vera storia. L’esodo

L’esodo degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia copre l’arco di tempo che va dal 1943 al 1956.

Si incomincia con Zara: reiterati e incomprensibili bombardamenti alleati la devastano e gli Italiani, maggioranza in città, cominciano un esodo che si conclude nei primi anni del 1950. Zara perde il 70% della popolazione, circa 43.670 persone, incluse le vittime dei bombardamenti.

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Nei primi giorni del maggio 1945 l’Esercito di Liberazione Jugoslavo libera/occupa Trieste, Pola e Fiume. Da Fiume comincia l’esodo che entro il gennaio 1946 ammonta a circa 36.000 partenti.Con l’Accordo di Belgrado del giugno 1945 tra gli Alleati e Tito la Venezia Giulia è divisa in due zone di occupazione militare: la Zona A sotto amministrazione militare alleata con Gorizia, Trieste, Sesana, la fascia di confine fino a Tarvisio e l’exclave di Pola e la Zona B sotto amministrazione militare jugoslava che comprende quasi tutta l’Istria con Fiume e le isole del Quarnaro. Cominciano i grandi movimenti della popolazione che lascia la Zona B per la Zona A.

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A Pola, nel luglio 1946, su 31.700 residenti, 28.058 dichiarano di voler lasciare la città in caso di definitiva cessione alla Jugoslavia. A Vergarolla, una delle spiagge di Pola, il 18 agosto esplodono fra i bagnanti, in un giorno di festa, alcune bombe abbandonate sulla spiaggia come residuati privi di spolette: qualcuno le ha innescate. A tutt’oggi non si sa chi siano i responsabili dell’orribile attentato che provoca 65 morti (uomini, donne e bambini) e una quarantina di feriti. Ma la popolazione lo vive come un attentato perpetrato dagli Jugoslavi per terrorizzare e spingere alla fuga gli Italiani. A dicembre 30.000 persone sono pronte a partire: ai polesani si sono aggiunti profughi da tutta l’Istria. Gli Italiani s’imbarcano sui piroscafi messi a disposizione dal Governo Italiano. Il piroscafo Toscana, con i profughi che s’imbarcano, diventa l’immagine simbolo dell’esodo. Il 15 settembre 1947 Pola deserta passa formalmente sotto la sovranità jugoslava.

La firma del Trattato di Pace di Parigi nel febbraio 1947 ha offerto agli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia la possibilità di esercitare il diritto di opzione, cioè la facoltà di scegliere la cittadinanza italiana e di trasferirsi in Italia. Ma già se ne sono andate circa 80.000 persone, in prevalenza dalla Dalmazia e da Fiume. A seguito del Trattato di Pace, nel 1947 abbandonano l’Istria e il territorio goriziano divenuto Jugoslavia circa 50.000 persone. Nel 1948 gli optanti giuliano-dalmati sono circa 80.000. Tra gennaio e aprile 1951 una nuova possibilità di opzione consente l’esodo di altre 6580 persone. Dopo chi vuole abbandonare la Jugoslavia può farlo solo attraverso la procedura onerosa dello “svincolo” che interessa 5238 persone.

Con il Trattato di Parigi del 1947 vengono denominate Zona A (amministrazione alleata) e Zona B (amministrazione jugoslava) due ristrette zone riguardanti il territorio di Trieste e immediati dintorni. Nei distretti di Capodistria e Buie, parte della Zona B, l’esodo ha un’impennata nel 1950. Un migliaio di persone scelgono di partire a causa delle violenze che si verificano in occasione delle elezioni amministrative del 16 aprile. Quando nel 1953 Stati Uniti e Gran Bretagna annunciano il ritiro dalla Zona A per affidarne l’amministrazione al Governo Italiano hanno già lasciato la Zona B 17.000 persone.

Con il Memorandum d’Intesa del 1954 ha termine l’amministrazione militare di Zona A che resta all’Italia e Zona B che resta alla Jugoslavia, a favore della quale viene leggermente modificata la linea di demarcazione con la concessione di parte del territorio del comune di Muggia. Da questa frangia di territorio riconsegnato alla Jugoslavia 2748 abitanti su 3492 decidono di trasferirsi in Italia. Inizia l’ultimo grande esodo dall’Istria definitivamente divenuta Jugoslavia che si conclude nel 1956 con circa 40.000 partenze pari a 2/3 della popolazione.

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A ridosso dei fatti sono 201.440 i nominativi censiti dall’Opera di Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati. Ma le stime oggi più aggiornate indicano che l’esodo ha riguardato un numero complessivo di 280.000-300.000  persone.

L’accoglienza degli esuli in Italia è contraddittoria: s’intrecciano atti di solidarietà ed atti di rifiuto. Questi ultimi sono perlopiù dovuti a ideologia politica, in quanto i partiti di sinistra generalizzano e considerano gli esuli come fascisti in fuga da un paese in cui si sta realizzando il socialismo; altri, nel clima precario del primo dopoguerra, temono che gli esuli vengano a portar via lavoro. A Venezia gli esuli sul piroscafo Toscana vengono accolti a sputi e male parole. A Bologna i ferrovieri bloccano un treno che sta trasportando esuli nelle varie località di destinazione.

L’accoglienza pubblica agli esuli provvede 92 strutture (campi profughi) dislocate in 43 città italiane che diventano ben 109 nel corso degli anni ‘950. La loro gestione dipende dal Ministero dell’Interno e dall’Assistenza Post-Bellica che cooperano con le amministrazioni comunali.

Nati per fornire asilo temporaneo, i campi profughi divengono residenza obbligata per gli esuli in dure condizioni di vita: temperature proibitive, mancanza d’igiene, epidemie, promiscuità, frantumazione dei nuclei famigliari. Alcune migliaia di esuli a tale esperienza preferiscono la via dell’emigrazione in Australia e Sudamerica. In seguito la costruzione di case popolari che diventano veri e propri quartieri giuliano-dalmati normalizzano la situazione.

 

(I numeri relativi all’esodo degli Italiani da Istria, Fiume e Dalmazia fanno riferimento a quelli riportati nel VADEMECUM DEL GIORNO DEL RICORDO compilato nel 2019/2020 dall’ Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e del’ Età Contemporanea nel Friuli Venezia Giulia)

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