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Foibe: ecco la vera storia. I fatti

Il dramma delle foibe si svolge in due atti. Il primo atto va in scena nel settembre 1943 in Istria. Nel vuoto di potere conseguente all’armistizio scoppia un’insurrezione popolare di Sloveni e Croati, finora discriminati come razza inferiore da snazionalizzare, che hanno visto perseguitati e fucilati i ribelli alle leggi fasciste. E’ il momento della rivalsa e della vendetta per i soprusi subiti, una sorta di jacquerie cui si aggiungono i partigiani con l’istituzione di Tribunali del Popolo che giudicano arbitrariamente “i nemici del popolo”: questi sono tutti quelli ritenuti, a torto o a ragione, coinvolti con il regime fascista. Vengono processati ed eliminati (i corpi occultati nelle cavità carsiche cioè le foibe) gerarchi e noti squadristi, i podestà, i segretari e messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali. E poi i possidenti terrieri e i commercianti accusati di vessazioni e strozzinaggio. E poi i dirigenti, impiegati e capisquadra di imprese industriali, accusati di sfruttamento. Soprattutto sono colpiti dirigenti e capisquadra delle miniere di carbone dell’Arsia, ritenuti responsabili (per gli impossibili ritmi di lavoro imposti e per la mancanza di messa in opera di lavori necessari alla sicurezza dei minatori) della tragedia del 28 febbraio 1940 in cui un’esplosione provocò 185 vittime e circa 150 intossicati (la più grande tragedia mineraria mai avvenuta in Italia, passata volutamente nel dimenticatoio dalle autorità fasciste). Vengono distrutti e dati alle fiamme archivi e catasti, colpite le persone più rappresentative delle comunità italiane, ritenute solerti nell’applicazione severa delle leggi fasciste: insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici. La rabbia popolare fa sì che ci siano rese dei conti e vendette personali, saccheggi delle proprietà private, delitti ascrivibili alla criminalità comune. La situazione che si è creata terrorizza gli Italiani che chiamano in soccorso le truppe tedesche.

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Nel frattempo l’Istria è divenuta parte integrante della Operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK), zona di operazioni del Litorale Adriatico, una suddivisione territoriale comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e quindi sottratta al controllo della RSI e di fatto annessa al III Reich.

I tedeschi intervengono con due divisioni SS, una divisione corazzata e la Divisione Turcomanna. Fiancheggiati dalle Brigate Nere locali, in pochi giorni occupano tutta l’Istria. E’ l’operazione Wolkenbruch (Nubifragio) che mette l’Istria interna a ferro e fuoco e che fa oltre 3000 vittime fra partigiani e popolazione civile.

 

Riacquistato il controllo del territorio, le comunità italiane presentano circa 500 denunce di scomparsa e chiedono la riesumazione dei corpi infoibati. Le autorità fasciste e tedesche hanno tutto l’interesse a dimostrare la barbarie degli Slavi e accolgono la richiesta. Il Maresciallo Arnaldo Harzarich capeggia i Vigili del Fuoco incaricati delle esumazioni dalle foibe. Nel corso dell’intera operazione vengono esumati da varie foibe 159 cadaveri. Ma oltre a questi morti bisogna calcolare le vittime fucilate nelle cave di bauxite, i morti nel Castello di Pisino divenuto un carcere, e un numero imprecisato di vittime che sarebbero state affogate in mare con una pietra al collo. Gli storici più imparziali calcolano da 500 a 700 vittime in totale. Altri arrivano a un totale di 1000/2000 vittime.

 

Il secondo atto del dramma delle foibe va in scena nel maggio 1945 nelle province di Trieste e Gorizia. Quando l’Esercito di Liberazione Jugoslavo libera/occupa Trieste (per gli Italiani è un’occupazione, per gli Sloveni e i comunisti una liberazione) è in possesso di una lista di proscrizione, redatta dall’OZNA (la polizia politica titina) secondo le indicazioni di organizzazioni antifasciste locali, di 500 persone (altri dicono 700 persone), tutte partecipanti a vario titolo all’amministrazione poliziesca nazifascista, militanti delle Brigate Nere e della Guardia Civica, collaborazionisti e delatori. Ma l’OZNA tiene d’occhio anche gli antifascisti e gli ex-partigiani che sono però antislavi e anticomunisti. C’è da precisare che il CLN triestino, i cui capi sono un sacerdote (Don Marzari) e un colonnello dell’esercito fedele al Re (Fonda Savio) è fermamente antislavo e anticomunista.

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L’OZNA arresta nella provincia di Trieste e Gorizia circa 10.000 persone (non solo italiani ma anche sloveni e croati anticomunisti) ma secondo una ricerca condotta a fine anni ‘950 dall’Istituto Centrale di Statistica, le vittime civili (infoibati e scomparsi) nel 1945 furono 2.627. La maggior parte delle vittime, sotto la voce “scomparsi”, muore nei campi di concentramento (il più famigerato è Borovnica, in Carniola) per fame e malattie. Alcuni sono processati a Lubiana e fucilati. Altri finiscono nelle foibe. A questa stima relativa al 1945 vanno aggiunte le circa 500 vittime accertate per Fiume e qualche centinaio della provincia di Pola. Inoltre mancano dal computo i militari della RSI, difficilmente identificabili in quanto le fonti a disposizione non li distinguono dagli altri prigionieri di guerra. La stima complessiva delle vittime che gli storici reputano ragionevole ammonta a 3000/4000 persone, altri arrivano fino a 5000 vittime.

 

 

 

 

 

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