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L’insostenibilità dei grandi marchi di Fast fashion

Fiumi africani blu e con un PH pari a quello della candeggina. È quanto emerge da un recente studio. Ecco i dati agghiaccianti di questo rapporto e quali marchi sarebbero coinvolti.

Lo sconvolgente rapporto sui fiumi africani

Secondo un rapporto di Water Witness International (WWI), pubblicato lo scorso martedì, i grandi marchi di Fast fashion sarebbero responsabili di alterare la fisionomia dei fiumi africani. Quest’ultimi risulterebbero di colore blu acceso e conterrebbero gli stessi livelli alcalini della candeggina. Il rapporto ha indicato il caso dei fiumi inquinati del Lesotho e della Tanzania, per far luce sul pericolo di inquinamento.

Esattamente, i ricercatori hanno identificato un fiume in Lesotho, che era evidentemente inquinato dalla tintura blu usata per i jeans. Inoltre, hanno raccolto campioni dal fiume Msimbazi della Tanzania a Dar es Salaam, che aveva un pH di 12. Questo è l’equivalente dei livelli della candeggina, che possono contenere un pH che va da 11 a 13.

Il ruolo controverso dei grandi brand in Africa

I maggiori brand di tutto il mondo continuano ad affidare la produzione ad appaltatori in Africa. Sono attratti da manodopera a basso costo e generosi incentivi fiscali. Questi marchi potrebbero in teoria migliorare la sostenibilità della loro produzione, ma al momento i loro sforzi in Africa non sono bastati a risolvere il problema dell’inquinamento e dell’insufficienza di acqua e di servizi igienico-sanitari per gli operai.

A voler sottolineare la contraddittorietà di questa situazione ecco le parole dell’autore del rapporto, Nick Hepworth: “il rovescio della medaglia è che il fast fashion potrebbe essere una forza per il cambiamento”. Ha poi aggiunto che è comunque importante per gli investitori e i marchi aprire la strada agli investimenti in loco. Ma c’è il pericolo che i danni ambientali e sanitari si diffondano.

Quali marchi sono coinvolti

Il rapporto ha anche scoperto che la gente del posto usava il fiume per lavare e innaffiare le colture. Questo implica un grave rischio sanitario per la comunità. Il rapporto elenca anche 50 marchi globali che “riforniscono o hanno acquistato” i loro capi da paesi africani. Tra questi, H&M, ASOS e Zara di Inditex. Ma nessuna delle catene di approvvigionamento era collegata all’inquinamento del fiume, suggerendo che non esista una catena specifica responsabile per l’inquinamento del fiume.

Reuters riferisce che Zara non ha commentato in risposta ai risultati. Tuttavia, ASOS e H&M hanno confermato di aver affidato parti delle loro produzioni ad appaltatori africani. Ma hanno anche affermato di avere dato il via ad iniziative volte a mantenere la sostenibilità e risolvere le criticità legate all’inquinamento dei fiumi.

Katrina Charles, un’esperta di sicurezza e qualità dell’acqua dell’Università di Oxford, crede che i marchi non solo siano in grado di realizzare capi di abbigliamento più sostenibili, ma lo abbiano anche fatto in passato. Dice anche che la pressione dei consumatori è fondamentale per stimolare una maggiore attenzione alla sostenibilità. Charles ha anche affermato che l’industria tessile offre prosperità all’Africa, come maggiori opportunità di lavoro, ma che ciò non sarebbe efficace se l’inquinamento non fosse affrontato a sufficienza e l’ambiente di lavoro non fosse soddisfacente.

Articolo tradotto dall’originale presente su Impakter.com, scritto da Ariana Hashtrudi.

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