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Femtech: la salute delle donne è in mano ai maschi…

Femtech,  female technology  (tecnologia femminile) e cioè quell’universo di software, prodotti e servizi che utilizzano la tecnologia per migliorare o semplicemente analizzare la salute delle donne. La parola ed il concetto sono stati coniati nel 2016 dall’imprenditrice danese Ida Tin, fondatrice di Clue, app per il monitoraggio del ciclo mestruale e della fertilità. Un settore ancora troppo in mano maschili, il che aumenta la forbice dei diritti e delle diseguaglianze di genere.

Da allora il termine è stato utilizzato più in generale un settore  più ampio  nel quale rientrano non solo strumenti di monitoraggio della fertilità e delle mestruazioni, ma anche innovazioni tecnologiche nelle cure infermieristiche della donna, specialmente durante la gravidanza, varie tipologie di strumentazioni finalizzate al benessere intimo e sessuale femminile, sia in formato digitale ed elettronico (come app) sia come oggetti concreti (prodotti per l’igiene, dispositivi indossabili, sex toys ecc.).

Si tratta di nuove tecnologie al servizio della medicina, sviluppando importanti innovazioni nel campo del laser, del led, della radiofrequenza, applicati anche in favore della sfera più intima della salute della donna. I benefici che è possibile ottenere da questo tipo di tecnologie – poco invasive e più immediate – sono notevoli da più punti di vista, soprattutto rispetto ai metodi chirurgici tradizionali. E non solo per le donne giovani o di mezza età.

Sebbene sia un mercato molto specifico è, o meglio sarebbe in espansione continua: già oggi si calcola che i prodotti femtech fruttano già circa 200 miliardi di dollari ogni anno: cifre considerevoli per un mercato ancora con dei grandi problemi.

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Femtech: se anche la salute delle donne è in mano ai maschi… – @piqsels.com

Il problema

Il mondo, tutto il mondo – sebbene su 7 miliardi e 900 mila abitanti della Terra uomini e donne siano circa al 50per cento – è fatto tutto dagli uomini per gli uomini. Due esempi banali: in media gli smartphone sono 5,5 pollici (12,7cm) troppo grandi per le mani delle donne; le  auto sono progettate intorno al corpo dell’uomo medio, il ché significa che le donne hanno quasi il 50% in più di probabilità di essere coinvolte in un incidente.

O ancora: la carenza di leader femminili nella Silicon Valley: solo il 7% dei partner delle prime 100 società sono donne.  Si stima che il solo mercato dei dispositivi e delle app femminili varrà 50 miliardi di dollari nel 2025.  Trish Costello, CEO fondatore del fondo di investimento Portfolia e Portfolia FemTech Fund, evidenzia il freno principale allo sviluppo della femtech secondo tutto il suo potenziale:”La verità è che la stragrande maggioranza degli investitori, anche nell’assistenza sanitaria, sono uomini. I quali però nel corso delle riunioni li sento dire :A volte si è molto a disagio con i prodotti che riguardano la menopausa, il parto, i cicli mestruali e cose di questo genere,  oppure non voglio parlare di vagine ogni lunedì mattina al mio incontro con il partner”.

Difficile crescere. Se poi su alcune cose di base, come gli assorbenti, ci sono paesi come l’Italia che li considera un bene di lusso per poche, allora diventa ancora più faticoso: il nostro è uno dei pochi paesi nel quale l’Iva su questo prodotto è al 22 per cento. In alcuni paesi non c’è proprio.

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Femtech: se anche la salute delle donne è in mano ai maschi… – @piqsels.com

Eppur qualcosa si muove

In questo quadro non c’è da meravigliarsi che le applicazioni progettate e sviluppate dagli uomini per le donne non hanno un buon riscontro sul mercato. Ma negli ultimi anni ci sono sempre più spesso buone notizie tipo Cowboy Ventures, Forerunner Ventures e Female Founders Fund che stanno contribuendo a ridurre l’enorme disparità di finanziamento di genere nel settore tecnologico e che stanno registrando maggiori investimenti nelle start-up destinate all’assistenza sanitaria delle donne.

Ma c’è anche altro. Come Natural Cycles, che è diventata la prima applicazione approvata dalla FDA (‘ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici) e che si è messa sul mercato come contraccettivo digitale. Elvie, nel Regno Unito, nata con la collaborazione dell’NHS (National Health System, il Servizio Sanitario Nazionale inlese) e che ha realizzato dispositivi capaci di aiutare le donne affette da incontinenza urinaria. E ci sarebbero quelle start-up del settore femtech che si occupano del piacere femminile e del benessere sessuale, che devono però combattere in un complicato regime normativo, oltre alla vergogna ed ai pregiudizi che in molti paesi governano la morale come se le donne non potessero procurarsi piacere a differenza degli uomini.

Andrea Barrica, fondatore della piattaforma di educazione sessuale O.School, a questo proposito ha detto che “La vergogna sessuale e genitale è ancora dilagante, ma le donne sono piuttosto incazzate in questo momento. È il momento giusto per parlare del piacere femminile”.

Tutto questo vero, allora è necessario dare una linfa più forte alle start-up del settore femtech con nuove idee e forze fresche: attualmente solo il 4% degli investimenti tecnologici è destinato a prodotti femminili.

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