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Farage, l’uomo della Brexit torna per vincere contro l’Europa

Provocare la Brexit e uscire di scena. Per poi tornare sul palco, da grande protagonista, per ricavalcare ancora la Brexit. E vincere. L’eccentrico Nigel Farage può non suscitare grandi simpatie tra i suoi detrattori, ma nessuno può negare che abbia fiuto politico. Un tatticismo che gli ha consentito di ottenere vittorie superiori a qualsiasi aspettativa.

Così, dopo una parentesi di semi-oblio, è ora alla guida del Brexit Party, che alle prossime Europee potrebbe essere il più votato nel Regno Unito: l’ultimo sondaggio accredita il partito di un consenso ben al di sopra sopra del 30%, al 34% per la precisione, con un vantaggio di 13 punti percentuali sul Labour di Jeremy Corbyn. Che appena qualche mese fa sembrava sicuro di stravincere le elezioni.

L’amore-odio di Farage per l’Europa

L’euroscetticismo è la ragione sociale della strategia politica di Farage. La sua carriera è legata a doppio filo con Bruxelles: paradossalmente è stato eletto come eurodeputato 4 volte, ininterrottamente dal 1999. La volontà di abbandonare l’Unione europea è insomma alla base del suo successo. Tanto che l’Ukip, il partito indipendentista, nel 2014 ha raccolto il 27,5% dei voti, eleggendo ventiquattro eurodeputati e consacrando Farage come leader meritevole di attenzione e non solo ideatore di boutade sopra le righe.

La spinta alla Brexit è arrivata proprio da lì, da una valanga di consensi che ha costretto l’allora premier David Cameron a sposare la proposta di un referendum, convinto di cancellare le velleità di Farage. La consultazione sul “Leave” o “Remain” del giugno 2016 è invece terminata come tutti sanno. Allora, a luglio, Farage ha deciso di abbandonare la guida dell’Ukip. Appena realizzato il suo sogno politico ha lasciato la scena, attirando le critiche degli avversari che lo hanno accusato di scappare di fronte alle difficoltà conseguenti alla Brexit. Lui non si è lasciato scalfire, parlando di divergenze per una deriva islamofoba del suo partito, e ha fatto da spettatore interessato alle complicate trattative per l’uscita di Londra dall’Unione.

Ma chi è Nigel Farage?

Spesso ritratto con una pinta di birra in mano, sorridente, i tratti tipicamente britannici e le abitudini della classe media sono gli elementi caratterizzanti dell’immagine pubblica di Farage. Cameron lo etichettò come un “pagliaccio”, cercando di mirare la credibilità di quello che si è rivelato un acerrimo rivale politico. Il peggiore per le sue ambizioni. Il leader euroscettico, 55 anni, ha avuto un percorso lineare, quasi ossessivo: nel 1992 ha lasciato i Conservatori in seguito alla firma del Trattato di Maastricht e ha portato il suo pervicace impegno antieuropeo.

Il salto di qualità c’è stato nel 2006, quando è diventato leader dell’Ukip fino al 2009. Dopo l’interregno di un anno di Malcom Pearson, Farage è tornato ad assumere le redini nel partito: dal 2010 c’è stata la cavalcata trionfale culminata nelle Europee del 2014. Tuttavia, a seguire c’è stato un costante calo, come testimoniato dalle Politiche britanniche del 2015 quando il partito indipendentista si è fermato al 12,6%. Politicamente le sue posizioni sono molto spostate a destra, anche se è entrato in rotta con l’Ukip a causa dell’eccesiva deriva estremista partito: “Le donne valgono meno, è giusto guadagnino meno, vanno in maternità”, è una delle sue frasi più citate. Così come è nota l’avversione verso l’immigrazione, sostenendo che la Brexit è stata causata proprio dall’arrivo di troppi stranieri.

Cos’è il Brexit Party

Il Brexit Party ha rovesciato il quadro della politica britannica: fondato a inizio 2019, è balzato subito in cima ai sondaggi. La fondatrice è stata Catherine Blaiklock, che ha però rassegnato le dimissioni in seguito a dichiarazioni islamofobe. Nel progetto c’è stato l’impegno di Farage fin dai primi passi. Il leader Brexiters ha però puntualizzato subito che non era intenzionato a seguire gli stessi errori commessi dallo Ukip proprio sull’islamofobia.

Il Brexit Party ha così principalmente puntato su uomini di affari, strenui sostenitori della necessità di portare avanti l’uscita dall’Unione. Un modello di partito meno scalmanato e più concentrato sulla costruzione di una classe dirigente, in grado di sfruttare gli affanni dei Tory, lacerati dalla debole leadership di Theresa May. Così quello che per Cameron era solo un “pagliaccio” è riuscito a sopravvivere a leader ben più quotati in passato. Insomma, un clown di successo.

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