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Europa: l’Italia deve cambiare rotta

Sei europarlamentari italiani su 18 non hanno mai votato alle sessioni plenarie del parlamento europeo. Altri 6 hanno votato da una a 10 volte al massimo. Una media delle partecipazioni che non arriva al 50%. Questi sono alcuni dei “record” collezionati dalla pattuglia italiana al Parlamento europeo. Una perfomance che fa dell’Italia il Paese più assenteista in Europa. Ecco cosa è cambiato e cosa deve cambiare per le imminenti elezioni europee.

In Italia, quelle del prossimo 26 maggio sono le prime elezioni europee vissute quasi con il medesimo interesse di quelle nazionali, anche al di fuori della stretta cerchia degli addetti ai lavori e dei pochi comuni cittadini conoscitori delle istituzioni comunitarie. Per la prima volta, i temi, gli appelli, gli scontri della campagna elettorale per la corsa al Parlamento europeo hanno conquistato il centro della scena. Oggi, quando si parla di sovranisti, non si pensa più solo a quelli di casa nostra, come la Lega, Fratelli d’Italia e frange più o meno ampie del M5S e della sinistra massimalista, bensì a un fronte politico antieuropeista che sta crescendo in ogni Stato membro della UE. Lo stesso vale per il fronte opposto, quello europeista. Le dichiarazioni di Manuel Macron o di Angela Merkel sono diventate, anche mediaticamente, parte integrante del dibattito politico italiano. In questo senso, più di ogni altra cosa, il tema dell’immigrazione e la vicenda Brexit hanno forzato i cittadini italiani a misurarsi con la dimensione europea della politica. Ciascuno con le proprie idee, certo, ma è successo.

Questo passaggio del dibattito politico dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale è da considerarsi un positivo adeguamento alla vita reale. Ma al contempo impone uno scatto dignità, un’immediata assunzione di responsabilità assolutamente non più rinviabile.

In parole povere, l’Italia deve smettere di essere l’Italietta provinciale che considera il Parlamento europeo un luogo dove inviare “trombati” alle elezioni nazionali, assenteisti da competizione e personaggi di dubbia statura e vecchi tromboni in cerca di sopravvivenza politica. In Europa si decide il futuro e pertanto, come scrive Sergio Rizzo su Repubblica, “bisogna mandare lì i migliori”.

Mauro Pasquini   

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