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Euroatlantismo sotto attacco nell’indulgenza verso i Talebani

Euroatlantismo in discussione. Ecco cosa spinge parte della politica italiana a sposare con fretta eccessiva l’ipotesi dei Talebani “ora più distensivi”.

Afghanistan nel caos

La scelta di Biden ha provocato nel mondo occidentale un coro unanime di contrarietà. Tutti hanno criticato la scelta del ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan.

Ma tutta questa posizione è davvero così unitaria? Assolutamente no! Anzi! Sotto l’esile superficie dell’unificante espressione giornalistica “Biden ha sbagliato” c’è tutto e il contrario di tutto. C’è un mix di posizioni fra loro antitetiche, e persino nemiche (nel vero senso del termine), sulla visione della società, dell’economia, del progresso, della politica internazionale e soprattutto del posizionamento geopolitico del proprio paese di appartenenza.

Sì al pragmatismo, no al riconoscimento dei Talebani

Da un lato abbiamo la posizione dell’UE e della quasi totalità dei maggiori leader occidentali. Tra questi, spicca per attivismo e autorevolezza internazionale il premier italiano Mario Draghi, che ha appena ottenuto il consenso di Biden e degli altri leader per un G20 straordinario. Meeting che Draghi stesso ha convocato per discutere appunto di Afghanistan.

La posizione prevalente è quella di adoperarsi per l’accoglienza di chi è  perseguitato dal regime dei Talebani, liberticida e in odore di terrorismo. Ma anche di tutti coloro che si rifiutano di vivere un nuovo inferno. A tale scopo saranno discusse le modalità di approccio al regime.

Il significato controverso del “dialogo”

Ma su espressioni come “aprire un dialogo” e “aprire dei canali”, che senza precisazioni significano tutto e niente, vediamo molti partire per la tangente.

Ed ecco che, per magia, assistiamo a un’opera di edulcorazione in diretta dei Talebani. Da parte chi? Ovvio: da parte di quanti non hanno mai mancato di manifestare nei fatti distanza dall’euroatlantismo e corrispondenza di amorosi sensi con Russia e Cina, che, guarda caso, ora individuano nei Talebani un’assicurazione per i loro interessi in loco.

Euroatlantismo, il vero bersaglio di chi vuole stabilizzare il regime dei Talebani

In Italia, a guida di questo fronte da un lato ostile all’Occidente e dall’altro filo cinese e filo russo, c’è Giuseppe Conte, il primo a distribuire parole di assoluta e gratuita fiducia per la versione “Talebani brava gente”. All’avvocato del popolo è bastata una conferenza stampa del regime talebano per convincersi. Uno zelo talmente imbarazzante che pure il compagno di partito Luigi Di Maio ha dovuto stoppare.

E poco importa se nelle stesse ore, come tutti gli osservatori internazionali hanno documentato, i Talebani stessero giustiziando sommariamente chiunque non fosse di loro gradimento e stessero strappando i figli più piccoli alle famiglie dei membri della resistenza.

La “Guerra fredda” mai superata

E il bello è che alle parole di Conte è seguita una sorta di guerra di religione contro chiunque abbia osato avanzare dubbi sull’opportunità di quello slancio sentimentale. Una guerra che ha trovato subito frotte di seguaci non solo nel M5S, ma anche e soprattutto nell’intera sinistra e pure in gran parte del PD. Sembra fantascienza, ma è la politica italiana del 2021.

Ma com’è che una tale posizione ha così tanta presa? Semplice. Agli occhi di tanti nostalgici vecchi e nuovi, il ritorno al potere dei Talebani appare quasi come una possibile rivincita per il “fu” Sol dell’Avvenire. Per costoro, questa è la volta buona che mandiamo a quel paese lo zio Sam e finalmente ci tuffiamo tra le braccia dei nipotini di Mao e del baffone. Poco importa che il Dragone sia ormai più capitalista di Rockefeller o che al posto dell’Unione Sovietica ci sia la Russia dello Zar Vladimiro, economicamente più occidentale di un McDonald’s.

Ma se questi rigurgiti svanirono nel nulla nel dopo-Vietnam, vicenda che per perdite umane e materiali pesò quasi dieci volte tanto sugli USA, figuriamoci oggi. 

 

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