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Enoturismo, la parola-chiave per lo sviluppo turistico di qualità

È stato approvato e notificato lo scorso 12 marzo, il Decreto Ministeriale destinato all’esercizio dell’attività per l’enoturismo, traguardo attivato coscientemente finalizzato alla carburazione di un maggiore flusso di avventori che amano unire, nella loro esperienza esplorativa e sensoriale, il trinomio viaggio, territorio e vino. I rassicuranti dati emersi lo scorso anno dal Primo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano, realizzato dall’Osservatorio Nazionale del Turismo Enogastronomico, rafforzano e invitano ad avere una maggiore consapevolezza a dover investire in questo settore.  Ecco giusto qualche numero.

Sulla tematica ‘agroalimentare’, il rapporto denuncia un 63% di turisti italiani che valutano essenziale la presenza di esperienze enogastronomiche in un itinerario di viaggio, purché siano espressione di qualità e sostenibilità. Di questa alta percentuale, sempre oltre la metà del totale, con il 52%, esige la presenza di prodotti agroalimentari e vinicoli di qualità, di cui il 40% è ben attenta ai prodotti biologici e, sulla stessa falsariga, il 42% ricerca strutture ecosostenibili e/o di eventi sostenibili.

I seguaci del Wine World, per il 41%, ha visitato un’azienda vitivinicola nel corso di uno dei viaggi compiuti negli ultimi tre anni, il 35% ha aderito con entusiasmo agli eventi di settore. Sull’argomento Impakter Italia, in collaborazione con l’associazione Mater.ia, ha intervistato Lucrezia Vitale, ricercatrice presso l’Università di Cordova (Spagna), quota rosa italiana con una carriera generosa in questo ed altri ambiti lavorativi, ad oggi attiva su uno studio sull’enoturismo in Regione Campania, con particolare riferimento all’Irpinia.

Lucrezia Vitale

Si parla tanto di enoturismo, come la possibilità di visitare cantine e apprezzare etichette locali, ma da un tuo intervento sull’argomento emerge che l’enoturismo è ‘un’occasione per comprendere le risorse umane e relazionali del territorio’: può darci una definizione? 

L’enoturismo, coinvolgendo il sistema produttivo e turistico, non può che avere una definizione complessa e articolata: prevede la partecipazione dei produttori, comunità locali, istituzioni ed attori del comparto turistico e in questo senso le risorse umane e le relazioni sono fondamentali per il dialogo e  tra le parti coinvolte, che spesso hanno sistemi di comunicazione  e dinamiche operative diversi.

Per chi è a digiuno della materia può fornire una visione più chiara?

Parlo del kit dell’enoturismo in cantina e delle dotazioni minime che la cantina deve avere in base al decreto attuativo del marzo 2019. Partendo dall’armonizzazione amministrativa e fiscale delle cantine, definisce i requisiti minimi perché una cantina possa definirsi “turistica”: accoglienza, formazione degli addetti, cartellonistica rappresentano alcuni aspetti importanti della disciplina. Ci si augura che la regolamentazione possa stimolare una armonizzazione dell’offerta, piuttosto disomogenea sul territorio ed anche all’interno di alcune aree a vocazione vitivinicola.

Con una campionatura di 650 interviste, oggi, qual è la descrizione dell’enoturista?

Al momento, non posso rispondere con dati, non essendo stati ancora pubblicati, ma posso dire che la ricerca ha voluto ricostruire il profilo attraverso interviste somministrate nei principali wine festival in località rurali o urbane, nelle cene di degustazione, nelle visite in cantina per piccoli gruppi. Un dato di sicuro riguarda la provenienza degli enoturisti: soltanto una piccolissima percentuale proviene da fuori regione e questo è un aspetto importante per assicurare permanenze di più giorni con evidenti ricadute sugli afflussi turistici.

Campania e l’enoturismo. Su cosa deve porre l’attenzione per sviluppare questo settore, considerato ancora ‘sottodimensionato’? In che modo può davvero proporsi al settore e agli avventori occasionali per accrescere il business del turismo regionale?

La Campania attualmente non ha una Agenda dell’enoturismo, gestito in modo parcellizzato dalle Associazioni – Movimento del Turismo del Vino, Città del Vino e dagli eventi dei singoli comuni. All’esterno non si percepisce il brand Irpinia o Sannio come avviene altrove anche per un solo vitigno o prodotto – vedi Barolo o Montalcino

L’Irpinia è terra di Docg e di un’offerta agroalimentare di alta qualità: in che modo si può far accrescere una valorizzazione e promozione territoriale, nonché turistica?

“Parto da una premessa che può sembrare una provocazione: prendiamo un paesaggio rurale in Umbria o in Abruzzo, una degustazione di vini e prodotti tipici, sono eccellenti quanto i nostri. cosa può fare la differenza? La cura dei centri storici, la cooperazione tra ristoratori, la presenza di personale specializzato nella accoglienza enogastonomica”. 

Quali attività o percorsi, proporresti ad un enoturista italiano e ad uno straniero, qualora ci fosse differenza nella richiesta?

Italiano o Straniero il nuovo turista non è più fruitore passivo del paesaggio o del monumento, richiede una esperienza spesso ti tipo partecipativo. I contenuti saranno di volta in volta modulati sul target ( giovane, famiglia, gruppo over 65 ecc…).

Valentina Taccone

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