Back
Emigrazione giovani dati

Emigrazione con più solitudine, un romanzo racconta i giovani

Un giovane scrittore, Francesco Spiedo, che parla di giovani. Lo fa nel suo primo romanzo, Stiamo abbastanza bene (edito da Fandango), in cui descrive con ironia la vita di un ragazzo emigrante, Andrea, da Napoli a Milano, rivelando – seppure nella fiction – il cambiamento dell’emigrazione dal Sud al Nord rispetto al secolo scorso. Così l’autore costruisce un ritratto interessante, da un osservatorio “naturale”, di chi vive sulla propria pelle questa condizione.

Nel romanzo c’è l’esperienza dell’emigrazione. Cosa è cambiato rispetto a quella dei genitori delle generazioni più giovani?
Tutto, com’è giusto e naturale che sia. Peccato che alle volte il cambiamento abbia bisogno di più tempo per essere assimilato. Così succede che l’emigrante napoletano sia, in qualche forma, ancora il Troisi di Ricomincio da tre. Proprio su questo equivoco costruisco il pretesto narrativo. Cambia molto perché non siamo più nell’epoca dell’operaio che parte, con tutta la famiglia per andare a lavorare in Fiat, ma nel tempo dell’ingegnere che parte, da solo, spesso con una mezza fidanzata che abbandona subito, e si rinchiude in casa con 4 sconosciuti per uno stage in Ferrari. La solitudine e la mortificazione sono moltiplicate. Si ricomincia davvero dal niente, senza riferimenti e con la consapevolezza – assurda e ribaltata – di essere fortunati nella sfortuna.

Insomma un cambiamento paradossale, senza cambiamento…
Non è più tempo della visione romantica di Totò e Peppino armati di pelliccia, galline e colbacco, eppure la sento ancora la mia faccia tirarsi dal freddo la prima volta che ho guardato il Duomo e mi sono chiesto: e adesso, per andare dove devo andare, per dove devo andare? L’emigrazione forse era una questione sociale relegata ai disgraziati, adesso è trasversale, verticale. Un’urgenza collettiva, una realtà condivisa, e invece la si vive sempre come un’odissea del tutto personale. Stiamo abbastanza bene ha trovato forza nella certezza di parlare per molti, quei molti – amici, conoscenti, estranei – con i quali oggi mi ritrovo a discutere della nostra situazione e con i quali, fino a pochi mesi fa, glissavamo sul tema. Era tutto normale, di una normalità non digerita, che ci è capitata addosso e della quale – chissà perché – non parlavamo mai. Perché? Perché stiamo abbastanza bene e non ci dobbiamo/possiamo lamentare. 

La copertina di Stiamo abbastanza bene

Il gioco, dal taglio ironico, sugli stereotipi è molto presente nel libro. Ma davvero il rapporto Nord-Sud è tuttora ancorato al passato?
Il taglio ironico è tutto perché permette di far polemica, di far scoppiare controsensi che smascherino i cliché più beceri, tra cui questo rapporto Nord-Sud. Ancorato al passato, certo, ma l’ancora è fissata su un vecchio vagone che continua lento ad avanzare. Ce lo stiamo trascinando dietro, è un versione sempre più dissociata, sempre meno corrispondente alla realtà, ma che in qualche modo ha ancora presa. Sono sicuro che, le varie contrapposizioni, sfumeranno con il tempo, con le nuove generazioni, con la creazione di una realtà davvero cosmopolita.

Il libro parla dell’era pre-Covid. Quale cambiamento hai vissuto in questa fase?
Aver scritto Stiamo abbastanza bene è stata una fortuna sfortunata. Al centro ci sono i rapporti, gli spostamenti, la socialità in ogni sua forma, tutto quello a cui stiamo rinunciando adesso. Conosco decine di persone che sono rientrate alla base in questi mesi e che, probabilmente, resteranno bloccati in questa sorta di bolla spazio tempo. Dal mio canto mi sento come se fossi appena ritornato da un viaggio sulla Luna, avverto tutta la gravità di questi giorni, il peso del mio corpo come triplicato.

Come si è triplicato questo peso?
Non possiamo più stare abbastanza bene. Lo avevo avvertito nel 2016 quando iniziai a scrivere il romanzo, ora mi pare una necessità non più rimandabile. Perché poi succede quello che succede e ne è valsa la pena? Se penso alla scorsa al romanzo che ho notato in questo periodo, alla volontà di raccontare questo tempo, mi sento fortunato per aver descritto e raccontato problemi che sembrano appartenere a un’altra era geologica. 

E dal tuo “osservatorio”, quali sono i problemi che si stanno manifestando?
Devo sciogliere la corona del rosario? No, non farò nessun elenco. Dal mio modesto osservatorio, mi concentrei su una questione che sento molto vicina: i giovani. A me piace questa tematica perché la trovo esemplificativa del nostro tempo perché si è sempre parlato di gioventù e, in qualche modo, la considerazione stessa della gioventù definiva un’epoca. Riprendendo il discorso accennato da PPP a metà degli anni ’60 – come passa il tempo – credo che sia arrivato al nocciolo il problema della crescenza. Le generazioni si devono succedere, è fisiologico e naturale, i figli uccidono i padri, trasformandosi in loro stessi in padre e pronti a essere presto sacrificati. Questo meccanismo si è interrotto da un po’, per ragioni diverse.

Francesco Spiedo

Ed è cambiata la percezione della gioventù
Si è giovani fino ai 35, nonostante i capelli bianchi, le stempiature e le difficoltà a digerire, i ragazzi restano bambini fino ai 25, e gli adulti, questo mi spaventa più di ogni altra cosa, si stanno infantilizzando e non mostrano né dimostrano i 50 e passa anni a testa. Sono ritornati bambini, basti vedere l’uso che fanno dei social, vogliono anche loro una fetta di gioventù. Così ci ritroviamo in una situazione assurda nella quale siamo tutti giovani, ma nessuno è veramente giovane. Anzi, chi avrebbe il diritto di esserlo viene moralizzato, giudicato, caricato di responsabilità e pressioni. Si cerca la maturità nei ragazzi, in un vortice di assurda follia. 

Guardando in prospettiva, quali sbocchi immagini per una crescita sostenibile?
Da ingegnere ambientale (sic) ho sentito molto spesso parlare di crescita sostenibile, ma mi pare un concetto che – al di là della tecnica – debba attecchire prima nella mentalità. Sono poco meno di 30 anni, non vorrei sbagliare, che anche a livello giuridico è stato inserito il concetto di sostenibilità come la tutela e la gestione delle risorse affinché le nuove generazioni ne possano godere. Si tratta di un salto non da poco, una prospettiva completamente diversa sulle cose, un passaggio che però nel concreto fa davvero fatica a manifestarsi. L’unico sbocco che mi auguro si possa realizzare – e dal quale poi con un poco di fortuna potrebbero susseguirsi tutti gli altri – è una nuova prospettiva sul tempo. Abbiamo esagerato, compresso tutto e aumentato i giri del motore per sfruttare al massimo il presente. La macchina non può sempre viaggiare a pieno regime. Vorrei che si rallentasse. La velocità è diventata l’ossessione di un’epoca, ma non c’è niente di meno sostenibile. 

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. Privacy policy

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup