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Il rischio di catastrofe climatica galoppa: già nel 2020 deriva inarrestabile?

Per evitare la catastrofe climatica non ci sono 12 anni a disposizione, ma solo un anno e mezzo circa. Il tempo è quasi scaduto, il limite del 2030, che Greta Thunberg sta ripetendo in ogni incontro, risulta addirittura ottimistico, perché potrebbe essere molto più vicino: fissato alla fine del 2020. È questo il nuovo allarme lanciato dagli esperti.

Il 2030 è l’anno indicato non da Greta ma dagli scienziati dall’Ipcc (che l’attivista svedese cita spesso), il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, che unisce l’Organizzazione meteorologica mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Stando a quelle analisi, infatti, c’era un margine per prendere le decisioni necessarie a contrastare l’aumento delle temperature al di sotto di un grado e mezzo. Ma lo scenario sta evolvendo in maniera anche peggiore: il lasso temporale per cambiare radicalmente le politiche ambientali sarebbe ristretto al 2020, come racconta la Bbc. “La matematica del clima è brutalmente chiara: sebbene il mondo non possa essere guarito nei prossimi anni, potrebbe essere fatalmente ferito dalla negligenza fino al 2020”, ha dichiarato Hans Joachim Schellnhuber, fondatore e ora direttore del Potsdam Climate Institute.

 

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Estate esemplare

L’estate 2019 è una spia più che preoccupante: le ondate di calore non sono ormai più delle anomalie ma stanno diventando la normalità. E i record dei picchi di caldo vengono aggiornati di mese in mese: nel Centro Europa sono stati superati i 40°, mentre al Nord si va oltre i 30°, tanto per fare due esempi. Del resto il rapporto dell’Ipcc metteva in evidenza che le emissioni globali di biossido di carbonio avrebbero dovuto raggiungere il picco entro il 2020 per mantenere il pianeta al di sotto di un grado e mezzo per poi iniziare a scendere gradualmente. Ma su questo versante non risulta un reale impegno dei governi. “I Paesi definiscono i loro piani industriali ed economico per un periodo che varia dai cinque ai e dieci anni, se l’obiettivo del 45% di riduzione delle emissioni di carbonio entro il 2030 deve essere raggiunto, i piani devono davvero essere sul tavolo entro la fine del 2020”, ha osservato Matt McGrath nel suo articolo pubblicato sul sito della Bbc.

Il grafico sull’innalzamento dei livelli del mare (fonte: Ipcc)

Che fare?

Una primissima risposta deve arrivare dal vertice sul clima, convocato a Now York dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Ma ci sono altri appuntamenti come la COP25 in programma a Santiago, in Cile, in cui bisogna cercare di centrare l’obiettivo: portare avanti il progetto di abbattimento delle emissioni con maggiore convinzione. Entro il 2020, infine, è in calendario la COP26, che si svolgerà probabilmente nel Regno Unito. Ma, appunto, potrebbe essere troppo tardi se nei prossimi mesi non fossero assunte decisioni radicali: come evidenziato dal Potsdam Climate Institute a fine 2020 la deriva climatica potrebbe diventare irreversibile. La buona notizia, evidenziata da McGrath, è l’impegno di varie organizzazioni: dai Fridays For Future ispirati da Greta agli attivisti di Extinction Rebellion, che stanno mettendo al centro del dibattito l’emergenza-clima. E qualche obiettivo, almeno nelle intenzioni, è stato raggiunto: la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha promesso di impegnarsi per l’ambiente e di rendere l’Ue carbon free entro il 2050. Una data che sembra però cozzare con l’urgenza degli ultimi allarmi. “Se non riusciamo a sfruttare questo momento per accelerare, non avremo alcuna possibilità di raggiungere un limite di 1,5 o 2°C”, ha affermato il professore. Michael Jacobs, dell’Università di Sheffield, consigliere del clima dell’ex premier Gordon Brown.

Di quanto abbattere le emissioni (fonte: Ipcc)

Emergenza climatica negata

Ma quali sono gli ostacoli? Principalmente uno: l’alleanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Entrambi i Paesi hanno cercato di dare meno peso agli studi dell’Ipcc, sollevando delle obiezioni sulle analisi compiute dagli scienziati. Dietro a questa posizione c’è un ovvio interesse economico: l’economia è basata su fonti fossili e un reale cambiamento del sistema sarebbe traumatico. Quindi si punta a conservare lo status quo, facendo leva sulle timidezze degli altri Paesi occidentali e fingendo di non vedere i segnali di una possibile catastrofe ambientale. Eppur qualcosa si muove. “Il Regno Unito ha assunto la guida nel garantire che almeno il 30% dell’oceano di cui siamo responsabili sia protetto entro il 2030, triplicando l’attuale obiettivo. Chiederemo a tutte le nazioni di perseguire tale obiettivo”, ha infatti dichiarato l’ex ministro dell’Ambiente, il conservatore Michael Gove. Niente di rivoluzionario, ma un segnale importante.

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