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Emergenza climatica fridays for future

“Emergenza climatica grave quanto il Covid-19”: la battaglia dei Fridays for future

Ripartire dopo il lockdown, ripensando il sistema economico. Con un’attenzione fin dall’immediato rivolta alla limitazione del “monouso”, dai guanti alle mascherine, in favore di prodotti più sostenibili. E con un orizzonte ampio: scongiurare l’irreversibilità dell’emergenza climatica, più grave anche del Coronavirus. Marianna Panzarino, attivista del Fridays for future di Roma, spiega a Impakter Italia come proseguirà la mobilitazione per mettere il clima al centro dell’agenda politica.

Partiamo dal punto cruciale: come dovrà essere il mondo dopo la pandemia?

Stiamo cercando di rispondere prima di tutto con la campagna ‘Ritorno al futuro’ lanciata con lo sciopero del 24 aprile. Deve essere una ripartenza che mette la riconversione al centro. Questa situazione di blocco può essere addirittura un’occasione. Mi spiego: finché non ci eravamo fermati, ci dicevano che bisognava agire in maniera graduale per preparare un piano di riconversione lenta. Approccio che non potevamo accettare. Dopo questo stop si può ragionare con nuove prospettive.

Fridays for future Italia

E in che modo?

Si deve pensare a riconvertire le aziende altamente inquinanti, i lavoratori devono essere formati e preparati a questa riconversione. Noi abbiamo puntato molto sul ruolo dello Stato con investimenti pubblici per fare gli interessi collettivi. I fondi che verranno dal Green new deal possono rappresentare un punto di partenza.

Non teme che l’emergenza economica, di pari passo a quella sanitaria, possa mettere ulteriormente in secondo piano l’emergenza climatica e il progetto di riconversione?

Il timore esiste, eccome. Dai discorsi che sento fare, sembra tutto concentrato sulla ripartenza per recuperare quello che c’è stato. Il nostro compito è quello di porre l’attenzione su un tema: non possiamo permetterci un’ulteriore crisi economica. E se proprio vogliamo concentrarci solo sul denaro, dobbiamo pensare alla riconversione ecologica. Continuare così significa amplificare gli effetti del surriscaldamento con maggiore energia nell’atmosfera ed eventi meteoreologici estremi. Abbiamo già visto che fanno perdere miliardi di euro. La riconversione serve a salvare posti di lavoro, ma soprattutto vite umane che non è una cosa scontata. Perché quando le cose accadono ci rendiamo conto di cosa sia la perdita di una vita.

Il suo slogan del #DigitalGlobalStrike ‘contro l’emergenza climatica non basterà una quarantena’ è molto significativo. Cosa accadrà al pianeta se non saranno radicalmente cambiate le politiche economiche?  

Marianna Panzarino

Ho inteso la quarantena nel senso temporale, in termini di azioni ed effetti. Abbiamo visto che per limitare i danni del Coronavirus, il governo ha messo in campo delle misure a inizio marzo. Ma sapendo che gli effetti si sarebbero visti a metà aprile. Questo scarto di tempo, tra azioni e conseguenze, è riducibile a pochi mesi con il virus. Per l’emergenza climatica, invece, questo scarto sarà di anni, anche decenni. Se noi mettessimo in campo delle azioni da ora, gli effetti sarebbero percepibili tra cinque anni, e anche di più. Per questo non basta una quarantena. Quella frase indica che dovremmo muoverci contro l’emergenza climatica come contro il Coronavirus.

Serve un’accelerazione sulla riconversione.

Se non agiamo adesso il rischio è che gli effetti saranno irreversibili. Non ci sarà tecnologia in grado di controllare gli inneschi: ci sarà troppa energia nell’atmosfera che si dovrà scaricare, e nessuno ci potrà fare niente. Forse potranno fare qualcosa solo le popolazioni più ricche. Ecco perché tra le nostre richieste c’è il tema della giustizia sociale, che è in fondo quello dell’uguaglianza. 

Alcuni Paesi potrebbero diventare invivibili?

Già esistono i profughi climatici: sono persone che non possono più vivere dove sono nate, a causa di siccità o di inondazioni provocate dall’emergenza climatica. E giustamente, anche in futuro, avranno bisogno di una terra.

C’è un aspetto che preoccupa questi giorni di contrasto al Covid-19. Il ritorno del ‘monouso’, con mascherine e guanti che rientrano tra i Dpi indicati dagli esperti. Non si rischia un impatto ambientale e la cancellazione di alcune buone pratiche avviate nei mesi scorsi?

Ci sono già articoli che raccontano delle mascherine che emergono dalle onde in Cina. Il problema è lo smaltimento dei prodotti. Comprendo pienamente la necessità dell’igiene legato alla sicurezza della salute. Ma ci sono strumenti riutilizzabili. Il progetto Green Hero ha premiato un’azienda che sta producendo mascherine lavabili e utilizzabili più volte. Ci sono insomma delle realtà che possono mettere insieme il rispetto dell’ambiente e l’igiene. Il fenomeno del monouso può essere contrastato, sostenendo le aziende che danno alternative. Perché il concetto di usare un prodotto e buttarlo subito è sbagliato, anche se realizzato con materiale biodegradabile.

Come proseguirà la mobilitazione dei Fridays for Future? 

Credo che la mobilitazione del 24 aprile scorso abbia rappresentato un modello. Continueremo con il nostro ‘cameretta tour’, con le interviste a personaggio di spicco del mondo dello spettacolo e della scienza. E poi c’è la sezione quarantena for future che prevede – sul sito – i consigli di serie tv, documentari e tutto ciò che può informare sull’emergenza climatica. Nelle prossime settimane, poi, approfondiremo la campagna Ritorno al futuro per puntare alle Istituzioni.

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