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Israele, altri mesi nel limbo sotto il segno di Netanyahu

Ancora elezioni in Israele. La vittoria di Benjamin Netanyahu, conquistata ad aprile, è stata una non-vittoria: l’alleato Avigdor Lieberman, leader del partito di destra laico Israel Beytenu, non ha voluto fare concessioni ulteriori alle forze ultraortodosse. La trattativa, condotta dal numero uno del Likud in persona, è andata avanti per settimane, senza trovare però uno sbocco: i termini previsti per l’insediamento di un nuovo governo sono scaduti.

E così il primo ministro israeliano ha dovuto arrendersi: non ci sono i numeri per avere la maggioranza nella Knesset. Il Paese deve tornare alle urne. Netanyahu, con il quinto mandato, sognava di superare addirittura Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. Ma non sarà così, almeno per ora. Tocca, infatti, aspettare il 17 settembre per sapere se riuscirà a essere successore di se stesso, o se questa volta l’ex comandante dell’esercito, Benny Ganzt, con il suo partito Blu e Bianco riuscirà nel miracolo politico di formare una coalizione per raggiungere i 61 parlamentari necessari a controllare la Knesset.

L’alleanza strategica con Trump

Netanyahu ha ritrovato tutte le sue certezze strategiche con l’amministrazione Trump. Finite le frizioni dell’era Obama, infatti, il leader israeliano ha potuto accelerare sulle posizioni nazionaliste, sfruttando anche lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Il legame con Washington è diventato ancora più solido con la decisione degli Usa di sottoporre a nuove sanzioni l’Iran, mandando all’aria l’accordo sul nucleare che aveva elevato Teheran a interlocutore internazionale. Un’evoluzione ritenuta inaccettabile per Netanyahu, che non aveva eccellenti rapporti con Obama, alla luce delle posizioni apertamente antisioniste della Repubblica Islamica, mai ritrattate nonostante la guida più moderata di Hassan Rouhani. 

I razzi di Gaza su Israele

Il contesto è favorevole alla stretta securitaria anche dopo quanto accaduto in Siria: il potere è rimasto nelle mani di Bashar Assad, con un marcato sostegno delle milizie sciite iraniane e dei combattenti libanesi di Hezbollah. La questione palestinese resta poi aperta, senza una reale possibilità di soluzione: i due Stati restano solo un sogno e a inizio maggio da Gaza c’è stata un’escalation di attacchi con razzi piovuti a sud di Israele.

La reazione di Tel Aviv si è materializzata con alcun raid, che hanno innalzato la soglia di preoccupazione verso una nuova guerra. La svolta pacifica è dunque un miraggio e nessuno in campagna elettorale riesce più a imporre la questione, come fosse superata dalla storia: è impensabile riannodare davvero un dialogo. Anche a causa di un’assenza di interlocutori reali tra i palestinesi.

Niente economia in campagna elettorale

La campagna elettorale di aprile è stata quindi tutta concentrata sui rapporti internazionali e il tema della sicurezza, il grande capitale politico del Likud. Un’assicurazione sulla vita della leadership di Bibi. Anche perché in materia economica il governo di Netanyahu può vantare buone performance con una crescita del Pil sopra il 3%, nel 2017, e un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 4%. Con questi numeri il tema dell’economia non è certo favorevole alle opposizioni, nonostante le disuguaglianze sociali, che però non riescono a diventare un tema trainante. Gli unici argomenti sono tutti concentrati sulla figura del premier, comprese le accuse di corruzione che potrebbero portarlo a un’incriminazione. 

Lo scenario delle elezioni di settembre

Il voto per il rinnovo dei 120 componenti della Knesset ruota ancora intorno alla sfida tra il Likud e il Blu e Bianco, che già alle elezioni di aprile erano molto vicini: il partito di Netanyahu ha raggiunto il 26,5% contro il 26,1% della formazione di Gantz. Ma la differenza era tutta della coalizione, anche se poi è andata diversamente rispetto ai piani iniziali. La previsione per il futuro resta quindi complicata da fare, tranne per un aspetto: Netanyahu è fermamente intenzionato a portare avanti la sua battaglia. E formare, con qualche mese di ritardo, un nuovo governo con lui al comando. Mentre continua a gestire il Paese in questa fase di limbo nel ruolo, comunque fondamentale, di premier uscente.

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