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Afghanistan

Ecco perchè tutti, adesso la Cina, vogliono l’Afghnaistan

Afhganistan: un paese che nella sua lunghissima storia ne ha visti di invasori. Da Alessandro Magno agli americani che ieri sono andati via dopo vent’anni, passando per il califfato arabo-islamico prima dell’anno 1000, per i mongoli, ancora le dinastie islamiche, gli inglesi, i russi e via dicendo, solo facendo un velocissimo time-lapse della storia. Situato nell’Asia meridionale questo paese ha un ‘importanza strategica perchè i suoi confini sono stati per anni con l’impero sovietico a nord-ovest, con l’Iran ad ovest, col Pakistan a sud e con la Cina ad est.

Stefano Iannaccone, qui su Impakter Italia,  ci ha raccontato risvolti drammatici ed inediti della tragedia che si è consumata e si sta consumando nel grande paese asiatico dopo la riconquista del potere da parte dei talebani.

Tutti gli invasori, almeno quelli dell’era moderna e dunque inglesi, russi ed americani, hanno spesso accompagnato le loro occupazioni parlando di democrazia, di ordine da riportare nella regione, di equilibri politico-strategici o semplicemente di volontà di imperialismo come nel caso degli inglesi.

Nessuno ovviamente ha mai detto che vuole essere in Afghanistan per motivi economici. Perchè come scrive  Armelle Bohineust su Le Figaro :” Questo Paese montuoso è ricco di rame, ferro, bauxite, cromo, mercurio, oro, pietre preziose, piombo, terre rare, berillio, grafite, cobalto, petrolio e gas. Un vero e proprio Eldorado. Queste enormi riserve potrebbero trasformare l’Afghanistan in una “Arabia Saudita del litio”, affermava nel 2012 una nota interna del ministero della Difesa americano“.

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“La Cina farà di tutto per mettere le mani sui minerali strategici dell’Afghanistan”

E’ il titolo dell’articolo che Arnelle Bohineust ha scritto per il quotidiano francese e nel quale rivela quello che poche volte viene raccontato alla gente e cioè che certe guerre vengono combattute in nome di ideali e valori che nascondono interessi economici.Scrive la Bohineust :” L’attrazione del litio e di altri preziosi minerali in Afghanistan farà rivivere il Grande Gioco? Con, al posto della storica rivalità tra Inghilterra e Russia, un’accesa competizione tra Cina e mondo occidentale. La sfida? Il tesoro su cui siedono i talebani, ovvero i minerali strategici per il mondo intero. Nel 2010, lo United States Geological Survey (USGS) ha rivelato l’esistenza di risorse minerarie, petrolifere e di gas nel sottosuolo afghano per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari. La valutazione, da prendere con cautela, equivale a 50 volte il PIL di questo paese”.

Entro il 2035 la vendita di motori termici sarà vietata in Europa, ma non solo. Questo intensifica l’interesse nei confronti di alcuni metalli necessari alla produzione dei veicoli elettrici, come il litio, il cobalto, la grafite, il nickel, le terre rare, l’alluminio e il rame”, faceva notare a luglio la compagnia di assicurazione crediti Coface.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), di qui al 2040 la domanda mondiale di litio supererà di quaranta volte quella attuale. Nel 2020 questo metallo è stato incluso, insieme a cobalto e silicio, nella lista delle trenta materie prime che l’Unione Europea considera “critiche” per la propria indipendenza energetica”. La Cina in Afghanistan come sta già facendo in Africa a caccia di materie prime che saranno sempre più necessarie?

La Cina, che con l’Afghanistan condivide un breve confine, ha messo gli occhi sulle ricchezze del suo vicino. A sole poche ore dalla presa di Kabul un portavoce di Pechino già si diceva “pronto a una cooperazione amichevole e a un ruolo costruttivo con l’Afghanistan”, mentre il talebano Suhail Shaheen affermava che la Cina sarebbe stata benvenuta “a prendere parte alla ricostruzione del Paese”.

Anche se la diffidenza nei confronti di questi fondamentalisti rimane (come ha ricordato in un tweet un funzionario cinese), sino a quando i talebani si asterranno dall’esportare il loro islamismo intendersi non sarà un problema. A fine luglio Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, dopo aver accolto in pompa magna a Pechino il numero due dei talebani Abdul Ghani Baradar aveva fatto sapere che essi si erano impegnati a non sostenere i militanti uiguri.

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“A dieci anni dalla loro scoperta, le ricchezze del sottosuolo afghano – catalogate e mappate dall’Usgs – rimangono praticamente intatte. Il ministero della Difesa americano ha dato risalto al tesoro del sottosuolo afghano nella speranza di incoraggiare le imprese americane a sfruttarlo”, ricorda Torek Farhadi, ex-economista del Fmi e della Banca mondiale, nonché consigliere dell’ex presidente Hamid Karzai. “Queste però si sono tirate indietro a causa dei problemi di sicurezza. L’Afghanistan è una regione difficile. Anche per i gruppi minerari, abituati a lavorare in luoghi complicati”, ha spiegato.

La stessa Cina ha sperimentato la difficoltà di investire in Afghanistan. Nel 2008 il gruppo  Corporation metallurgica della Cina (Mcc) e la Jiangxi Rame hanno preso in concessione per trenta anni la miniera di rame Mes Aynak, un progetto da tre miliardi di dollari che tuttavia non è mai partito.

Anni di guerra hanno lasciato le infrastrutture – strade, centrali elettriche – a pezzi. La rete ferroviaria è quasi inesistente. La corruzione, la burocrazia e l’accesso talvolta difficile ai siti non forniscono agli investitori stabilità e sicurezza. Senza contare che in generale tra la scoperta di un giacimento e la sua messa in produzione trascorrono una quindicina di anni.

“Non vorrei e non potrei investire in Afghanistan con i talebani alla guida del Paese. Sarebbe illegale”, perché ad oggi Washington non riconosce il governo dei talebani, sintetizza Ben Cleary, proprietario di Tribeca Investment, che gestisce un fondo di risorse naturali. “L’unico potenziale attore sarebbe la Cina”, commenta.

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