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antonio lubrano

E’ una colpa essere felici ?

Consentitemi, a distanza di tempo dal fatto di cronaca che la chiamò in causa, una chiacchierata sulla parola più difficile della nostra vita: felicità.

Sfogliamo qualche vocabolario. Eccone uno qualsiasi:”Felicità, stato e sentimento di chi è felice. Con senso più prossimo a gioia”. Zingarelli: “Condizione, stato d’animo di chi è pienamente appagato”. De Mauro:“Allegria, gioia,contentezza”.Zanichelli:”Felice: condizione di chi è pienamente appagato nei suoi desideri”. Leopardi:chi “vive quietamente nel suo stato”. Dal Dizionario degli aneddoti di Michele Francipane:Chi sarà mai felice? – ci si chiedeva in un salotto di enciclopedisti francesi – Appena qualche miserabile mascalzone! – rispose la scrittrice Julie de Lespinasse. A Platone un estimatore pose la seguente domanda: Che cosa dovrebbero fare i governanti per assicurare ai popoli la felicità? E il filosofo, lapidario: Se si darà tutto a tutti, tranne la virtù, non si sarà fatto un bel niente per la loro felicità”.

Fino a ieri noi, persone normali,sembravamo convinti che la felicità degli altri ci provocasse invidia, al massimo dicevamo con pazienza e fiducia un “beati loro”; invece da qualche mese siamo sgomenti e disorientati per quella agghiacciante battuta dello studente-omicida di Lecce, Antonio De Marco, 21 anni:”Li ho uccisi perché erano troppo felici”.Ci viene fatto, facilmente, di pensare che ad armargli la mano contro l’arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata Eleonora Manta, sia stata la follìa ma forse è troppo semplice archiviare così la vicenda.  Deve esserci al fondo qualcosa di più. L’invidia per la manifesta gioia di vivere della coppia? L’insofferenza per la coabitazione  saltuaria dell’assassino con la coppia? Possibile ma non è facilmente credibile. Vien fatto di pensare, più logicamente, alla frustrazione, ovvero “il mancato soddisfacimento o appagamento dei propri desideri, delle proprie speranze; e lo stato  di insoddisfazione, di delusione che ne deriva”(De Mauro). Una condizione che nei soggetti psicologicamente più fragili può portare a quello stato cioè di confusione e disorientamento mentale che si chiama obnubilamento. In parole povere fa perdere la coscienza di se stessi,la lucidità e può dunque sfociare nella follìa.

Mi sbaglierò ma io credo che alla base di questo orripilante, assurdo delitto ci sia anche il classico vuoto culturale,laddove intendiamo per cultura quel complesso di conoscenze e nozioni che si chiama educazione e che crea la personalità di ogni individuo. Il pluriomicida di Lecce, come hanno  raccontato le cronache, è stato – prima del carcere – studente di scienze infermieristiche, quindi qualche libro nella sua giovane vita deve pure averlo letto. Ma evidentemente non gli è bastato.

Non credo, infine, distante dal vero il pensare che sul pluriomicida abbia pesato la condizione ambientale. Ci inoltriamo ogni giorno di più in un mondo brutto, devastato da mille egoismi e imbruttimenti, da una progressiva erosione, spesso ci sorprendiamo smarriti o angosciati nella città o nel paesino che ci ospita, l’aria che respiriamo non ci sembra più la stessa di sempre, per esempio di quando eravamo bambini.E’ azzardato pensare che sullo studente di Lecce abbia influito in qualche misura  tutto questo?

 

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