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La caccia alle balene che il Giappone ha ripreso

Nelle prime ore del mattino di lunedì 1 luglio diverse baleniere giapponesi hanno preso il largo dal porto di Shimonoseki, nella prefettura a ovest di Yamaguchi, e dalla località di Kushiro, nell’Hokkaido, a nord dell’arcipelago per riprendere la caccia delle balene a fini commerciali.

Non accadeva da 30 anni. In qualità di membro della Commissione internazionale sulla caccia ai cetacei (Iwc) dal 1988, Tokyo aveva dovuto sospendere la caccia a scopi commerciali ma continuava a uccidere le balene per quella che viene definita ‘ricerca scientifica’, una pratica criticata da numerose organizzazioni ambientaliste. Il 30 giugno il Giappone ha formalizzato l’uscita dalla Iwc ed ha quindi ripreso la sua attività commerciale.

Il valore della balene

Per tanto tempo le balene erano considerate così rare che si pensava che la loro presenza nei mari non facesse nessuna differenza nell’ecosistema marino. Un team internazionale di biologi marini ha invece dimostrato che le balene hanno una forte e positiva influenza sulla funzionalità degli oceani, a partire dallo stoccaggio del carbonio, sino alla funzione di dispersione di elementi utili all’ecosistema marino.

Joe Roman è il biologo marino alla guida del team che ha rivoluzionato la considerazione su questi bellissimi animali:“Il calo del numero di balene, dovuto alla caccia intensiva degli scorsi decenni pre-moratoria, stimato in globalmente in oltre il 50% e forse per alcune specie addirittura sino al 90%, ha probabilmente alterato la struttura e la funzione degli oceani. L’incremento delle popolazioni di cetacei a lunga vita aumenta la prevedibilità e la stabilità degli ecosistemi marini in modo particolare quando aumento delle temperature e acidificazione delle acque danneggiano gli ecosistemi.

Balene, capodogli, megattere e altre grandi specie, note genericamente come le “grandi balene”, hanno un metabolismo enorme, si nutrono di krill, plancton e crostacei, molti pesci, invertebrati e a seconda della specie anche calamari giganti, filtrando tonnellate d’acqua in pieno mare o anche raschiando i fondali; sono esse stesse preda di altri predatori, come le orche. Anche le loro carcasse, scendendo al fondo del mare, sono l’habitat per molte specie che esistono solo su queste enormi biomasse. Il riciclo delle sostanze nutritive si verifica per via del ciclo alimentare che si verifica nelle profondità marine.

I pescatori per decenni hanno considerato le balene come pericolose concorrenti della loro attività, non è vero. Sempre Roman: “Sono stati verificati i più alti tassi di produttività ittica nei luoghi dove le balene si aggregano per nutrirsi e dare alla luce i loro piccoli, sostenendo, di fatto, la pesca”.

Al momento della morte, le carcasse di balena che contengono una notevole quantità di carbonio, scendono nel mare profondo e forniscono habitat e cibo per un incredibile assortimento di creature che vivono solo su queste carcasse. Il calo del numero delle balene ha probabilmente anche danneggiato la biodiversità in quanto molte specie saprofite delle carcasse sono probabilmente scomparse prima di poterle scoprire.

 

Perché le balene sono a rischio estinzione

Certamente la caccia indiscriminata alla quale sono state sottoposte – come altre specie animali – per decenni ha influito. Ma ci sono anche altre cause sempre riconducibili all’attività dell’uomo, a spiegare la diminuzione della presenza di questi cetacei.

Per esempio il buco dell’ozono sopra l’Antartico, il luogo dove la maggior parte delle balene si alimenta perché l’aumento dell’esposizione ai raggi UV, può alterare la distribuzione, la quantità, la densità o le condizioni di molte specie preda, quali il krill, riducendo così la quantità di cibo a disposizione di questi mammiferi. L’esposizione prolungata ai raggi UV è responsabile dell’insorgere di diverse patologie fra cui il cancro o danni genetici a numerosi organismi.

Le sostanze tossiche: molte di queste rimangono a lungo nell’ambiente e vengono accumulate nei tessuti adiposi entrando così nella catena alimentare. Alti livelli di POPs (Persistent Organic Pollutants, sostanze chimiche molto resistenti alla decomposizione) sono stati riscontrati nei cetacei.

L’inquinamento acustico: i rumori possono interferire o mascherare i suoni prodotti dai cetacei alterandone il naturale comportamento, causando cambiamenti nel comportamento e fisiologici, oltre ai danni nell’udito proprio come negli uomini.

Riguardo la questione della pesca va rilevato anche il fatto che molti cetacei rimangono imprigionati e muoiono nelle reti da pesca.

 

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