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Disuguaglianze e salari: molto per pochi, poco per molti

Una disparità di salario gigantesca. E che continua a crescere, allargando il divario tra lavoratori di serie A e di serie B in tutto il mondo. Questo avviene soprattutto nei Paesi più poveri, ma il fenomeno è tangibile anche in quelli più sviluppati. L’allarme, lanciato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), conferma la gravità della situazione. “La maggior parte della forza lavoro globale riceve salari incredibilmente bassi. E per molte persone avere un lavoro non significa avere abbastanza per vivere”, ha spiegato l’economista dell’Oil, Roger Gomis.

Molto per pochi, poco per molti

In questo scenario non deve trarre in inganno il fatto che, su scala globale, le disparità sono statisticamente diminuite: questo è dovuto alla crescita di economie emergenti, come India e Cina, e non alla riduzione effettiva delle differenze di reddito all’interno dei Paesi. Insomma, il dato medio è condizionato da fattori esterni come lo sviluppo di alcune potenze nascenti che fungono da traino. Un elemento su tutti risulta prezioso per orientarsi nel mare della disparità: secondo l’analisi dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nei189 Paesi presi in considerazione, ci sono circa 300 milioni di lavoratori che guadagnano una media di circa 7.500 dollari al mese. Al contrario, quasi la metà dei lavoratori del mondo – circa 1,6 miliardi di persone – ha un salario di appena 200 dollari al mese. Mentre per un 10% dei lavoratori, lo stipendio mensile – se così si può definire – è inferiore addirittura a 22 dollari.

La spia della disuguaglianza

La dinamica della disparità è dunque in atto. Ancora una cifra rende bene l’idea: i lavoratori più ricchi hanno visto aumentare dell’1% il loro reddito, mentre per quelli meno tutelati c’è stato un calo dell’1,6%. E va considerato che la crescita riguarda un numero di gran lunga inferiore rispetto a chi invece vede calare la media del salario. L’Italia è peraltro tra i Paesi in cui si è verificato l’incremento salariale per i redditi più alti, insieme a Germania, Indonesia, Italia, Pakistan, Regno Unito e Stati Uniti. Ma appunto il dato non può essere tradotto come un miglioramento della situazione reddituale dei lavoratori. Anzi, rischia di essere solo un’ulteriore spia dell’aumento delle disuguaglianze.

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