Back

Disaster Manager: chi è e cosa fa?

Disaster Manager, gestore dei disastri.  Volendo tentare una traduzione dall’inglese potremmo scrivere così.  Ma oltre ad essere molto brutto non è sempre e proprio così. Tra i tanti lettori che hanno dato il loro assenso al lavoro di Impakter Italia uno ci ha colpito in particolare perché fa il Disaster Manager, si chiama Giancarlo Manfredi. A lui abbiamo chiesto di spiegarci cosa fa e se visti i tempi che corrono – sono stati appena pubblicati i dati sulla disoccupazione  dell’Istat, che rivelano come a luglio i livelli occupazionali risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre – può essere un lavoro per i giovani italiani.

Giancarlo Manfredi come si diventa Disaster Manager?

“Il termine anglosassone “Disaster Manager” (è buffo – oppure significativo – ma non ne esiste ancora una traduzione nella lingua italiana) richiama una figura professionale ideata per la gestione esclusiva di uno stato di disastro, colui che coordina uno “stato di crisi” e si affianca alle autorità amministrative responsabili. Nei primi anni dalla sua introduzione nel nostro Paese – va detto, grazie ad una felice intuizione del Ministro Zamberletti – il titolo si acquisiva con un corso di specializzazione seguito dai funzionari che già si occupavano di emergenze; oggi, in base alla norma UNI 11656/2016 (“Attività professionali non regolamentate – professionista della Protezione Civile (Disaster Manager) – Requisiti di conoscenza, abilità e competenza”) è cambiata non solo la definizione della figura tecnica, ma anche ciò che attiene ai requisiti nel percorso formativo. La norma riconosce tre livelli del profilo di Disaster Manager (in base alla dimensione e complessità del contesto operativo) che corrispondono a tre stadi di un percorso formativo a livello di master post universitario (sebbene sia riconosciuto anche il caso di una esperienza lavorativa pluriennale nel campo) e ad una certificazione riconosciuta. Non si parla pertanto di una formazione che inizia “nei licei” (sebbene il tema della Protezione Civile come materia di insegnamento nelle scuole dell’obbligo andrebbe sollevato!!!); in questi ultimi anni, va detto, sono peraltro stati attivati diversi corsi universitari specialistici. E per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, anche formativo, c’è il sito dell’associazione Nazionale Disaster Manager, http://www.associazionenazionaledisastermanager.it

Cosa fate lei ed i suoi colleghi quando non siete impegnati con una emergenza?

“Può sembrare anacronistico, ma il lavoro fondamentale di un Disaster Manager avviene “in tempo di pace”. Mi spiego meglio: uno stato di crisi e la derivante emergenza sono caratterizzati dalla velocità del cambiamento delle situazioni e da una domanda di soccorso (almeno nelle prime fasi) impossibile da risolvere. Nel tempo dell’emergenza funziona solo (e non è affatto cosa garantita in base alla tipologia di evento) ciò che è stato predisposto prima. Così, se non sempre (quasi mai) è possibile evitare l’evento naturale (o antropico), la mitigazione dei suoi effetti (quasi sempre) è una responsabilità della società civile: la figura tecnica del Disaster Manager lavora proprio nel campo della Previsione, della Prevenzione, della Pianificazione, della Comunicazione, della Formazione e della Informazione. E’ “l’anello di giunzione tra le Amministrazioni, le strutture operative, le aziende, gli enti coinvolti nel processo sistemico di gestione del rischio e delle emergenze, con l’utente finale, ovvero il cittadino“.

Disaster Manager: Giancarlo Manfredi

Visto quello che sta accadendo nel mondo col riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici, il Disaster Manager può essere una delle professioni del futuro?

“Assolutamente si, direbbe la ragione. E sono convinto che nel futuro sarà così. Il problema odierno è che il referente di un Disaster Manager è la Pubblica Amministrazione (dal Comune alle Regioni, passando per le Provincie dove ancora hanno un ruolo in materia di #Safety) con tutte le contraddizioni politiche, economiche e normative del nostro Paese. E c’è un aspetto che oggi non sempre viene evidenziato a sufficienza: a fronte di un comprovato aumento nel numero di eventi calamitosi, della loro imprevedibilità e intensità locale (lasciamo per un attimo da parte le cause prime), permane nei decisori – come nei cittadini – un atteggiamento di sottovalutazione fino ad evento conclamato. La sicurezza non può essere tuttavia delegata “in toto” e demandata ad altri attori in altri tempi (e, pensiamoci bene, non è nemmeno così soddisfacente l’inevitabile atto dovuto della magistratura a disastro accaduto). La funzione di Protezione Civile deve rientrare nelle priorità del buon governo, che sia lo Stato o il Comune o la singola famiglia. A questo servirà sempre più una figura tecnica in grado di “consigliare” la migliore forma amministrativa, partendo da piani di assicurazione nazionali per la ricostruzione post-evento, per arrivare a come preparare lo zainetto delle emergenze nelle singole abitazioni, passando per il piano di comunicazione delle allerte del Sindaco. Tornando al cambiamento climatico, a dispetto di tutte le negazioni, chi si occupa di emergenze sa bene che dovremo sempre più fare i conti con scenari complessi dove l’improvvisazione amatoriale del momento servirà a poco…”

Disaster Manager: un intervento dall’elicottero

Nella sua esperienza c’è stato anche molto volontariato. Qual è il limite di essere volontari nella gestione delle crisi o della prevenzione delle stesse?

Al di la di qualsiasi retorica (quella dei politici che per sviare responsabilità amministrative tirano fuori il termine “angeli del fango”), dovremmo essere consapevoli che il volontariato è una risorsa meravigliosa ed immensa. Il problema è che (andando oltre la passione) se in Italia ci sono eccellenze operative e gestionali della “macchina dei soccorsi”, queste sono ancora distribuite sul territorio nazionale “a macchia di leopardo”. Riconoscendo così al soccorso tecnico professionale (parlo ad esempio dei Vigili del Fuoco) tutti i dovuti meriti (anzi, meriterebbero molto di più), un volontariato formato e ben coordinato potrebbe essere la risposta su scala diffusa e locale alle emergenze, laddove per evidenti ragioni di numeri, il citato soccorso tecnico potrebbe non arrivare subito. Se invece si intende il volontariato come forma di “truppe cammellate”, buone per sagre, processioni e fiere, di fatto si sprecano risorse e capacità: “manca la testa pensante”… Ed è il motivo per il quale, all’epoca, ho riposto la tuta da volontario e mi sono messo a studiare: vedevo (in contesti di vere calamità, di sofferenza e disagio dei cittadini coinvolti da situazioni più grandi di loro) scelte sul campo dettate dall’improvvisazione (se non da calcoli, personalismi e priorità di apparenza) e non dalla professionalità, a dispetto della ragione prima per la quale si era partiti…”

Disaster Manager: informazioni necessarie

 

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito. I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito. Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy. Privacy policy

Questo progetto web utilizza la tecnologia 'cookies' per migliorare l'esperienza generale del Sito.I Cookies sono piccoli file testuali mantenuti sul proprio computer o dispositivo. Ci permettono di assicurarti la miglior esperienza di navigazione possibile e di capire come utilizzi il nostro sito.Questo messaggio di avviso ti viene proposto in base alle nuove normative sui diritti utenti nelle comunicazioni e servizi web, sui dati personali e la protezione della privacy.

Chiudi Popup