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Proteste a Beirut Libano

Diritti umani a rischio: cosa sta accadendo in Libano

Una polveriera, che sembra già essere esplosa. Con conseguenze inimmaginabili per la tenuta economica e sociale. E quindi per il rispetto dei diritti umani. La situazione in Libano è molto grave, tanto che le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme affinché ci sia un impegno condiviso a fronteggiare il dramma socioeconomico.

Perché diventa complicato parlare di Agenda 2030, e di obiettivi di sviluppo sostenibile, se la condizione di vita di migliaia di migranti, e di milioni di libanesi, scivola al di sotto della soglia di povertà. “Molti hanno perso il lavoro, hanno visto i loro risparmi evaporare davanti ai loro occhi e hanno perso la casa”, ha denunciato l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Michelle Bachelet, che ha sollecitato il governo di Beirut, i partiti politici e il settore finanziario a unirsi per proteggere le fasce più colpite dalla crisi economica.

Le proteste prima del Coronavirus

Già prima dell’esplosione della pandemia di Coronavirus, in Libano si erano scatenate le proteste: la mobilitazione, portata avanti soprattutto dai giovani, aveva preteso (come raccontato in questo articolo di Impakter Italia) un radicale cambiamento della classe politica, al potere ormai da decenni, anche a causa di delicati equilibri legato alla convivenza religiosa. 

La scintilla era stata la cosiddetta tassa su Whatsapp, che in realtà si era combinata con l’aumento della tassazione su benzina e tabacco. L’urlo proveniente dalla piazza ha scosso le fondamenta del governo di Saad Hariri, portandolo alle dimissioni e alla formazione di un altro esecutivo. Il nuovo premier, Hassan Diab, ha trovato l’accordo politico, ma non ha proposto reali soluzioni per il Libano. E ad aggravare il quadro è arrivata l’emergenza sanitaria del Covid-19. La tempeste perfetta: ora nemmeno più la paura del contagio riesce a fermare la volontà di manifestare dissenso in pubblico.

Libano: la situazione fuori controllo

“La situazione sta rapidamente sfuggendo al controllo, con molte persone già indigenti, che affrontano la fame come conseguenza diretta di questa crisi”, ha incalzato Bachelet. L’attenzione è stata posta sulla svalutazione della lira libanese, che sta impoverendo ulteriormente i ceti più deboli. Il potere d’acquisto è in crollo verticale. “La loro situazione peggiorerà man mano che le importazioni di cibo e medicinali diminuiranno, perché la lira libanese deprezzata ha aumentato notevolmente il costo delle merci importate”, ha ribadito l’Alto Commissario per i Diritti Umani.

I numeri sono oggettivamente allarmanti: secondo alcune stime oltre il 50% della popolazione libanese può finire in una condizione di povertà. Il motivo è la triplicazione del tasso di disoccupazione: dal già elevato 11% dello scorso anno si è passati al 33%. Le ricadute si avvertono sui diritti umani: il Paese dei Cedri ha accolto anche centinaia di migliaia di rifugiati dalla Siria; sono persone in fuga dagli orrori della guerra che hanno cercato riparo in Libano.

Il necessario intervento del governo

Michelle Bachelet, Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani

Le prospettive sono sempre più deteriorate, pure per chi era riuscito a inserirsi: si calcola che almeno 250mila migranti abbiano già perso il posto di lavoro. Un destino che a breve toccherà ad altri. Bachelet ha quindi messo in guardia: “Mentre rispondiamo a questa pandemia e alla crisi socio-economica, dobbiamo includere e proteggere tutti, indipendentemente dal loro status”.

La richiesta principale riguarda la necessità di garantire supporto ai più poveri. Ma il governo è chiamato a una sfida più ampia: riformare il Paese e avviare un processo di revisione del sistema economico. Con una maggiore attenzione al welfare. “Senza reti di sicurezza sociale rafforzate e assistenza di base rafforzata, i libanesi più vulnerabili, i lavoratori migranti e i rifugiati saranno spinti ulteriormente verso la povertà e l’estrema povertà. L’allarme è stato lanciato e dobbiamo rispondere immediatamente prima che sia troppo tardi”, ha infatti concluso Bachelet.

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