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Destinati all’estinzione? Ecco perchè

There is no planet B è uno dei cartelli ed uno dei concetti che in questi anni ho visto con maggior frequenza nelle manifestazioni a favore della Terra e dello sviluppo sostenibile. Ma non è così: la natura si rigenera sempre nonostante quello che l’uomo le fa. Il problema vero è che siamo noi come esseri umani ad essere destinati all’estinzione se continuiamo in questo modo“.

Inizia così l’intervista di Impakter Italia con Caterina Micolano una delle fondatrici della Suistainable Development School di Milano ( Scuola di sviluppo sostenibile). Cos’è questa scuola?

Una scuola che cerca di riflettere su cos’è veramente lo sviluppo sostenibile. E’ rivolta agli studenti, nello specifico dai 3 ai 18 anni, ma attenzione siamo tutti studenti di questa materia perchè quando in cattedra c’è lo sviluppo sostenibile le aule diventano intergenerazionali, multiteniche e nultidisciplinari. Noi cerchiamo di fare i compiti di urgenza e di realtà perchè se lo sviluppo sostenibile rimane un documento, un libro di testo non va bene“.

La scuola si trova nell’Istituto Paritario Marcelline Tommaseo

sviluppo sostenibile

“There is no planet B? No non c’è una umanità B”

Ci racconta di più su questa esperienza? Sul rischio dell’estinzione?

Noi siamo un team di ricercatori ed esperti, che io coordino, sulle questioni della sostenibilità sociale, responsabilità sociale e di impresa, insegnamento e didattica. Cerchiamo di creare un modello per una scuola partendo dalla domanda: una scuola che si definisce sostenibile cosa deve fare, cosa la rende sostenibile? L’applicazione dei pannelli fotovoltaici  ed una morigerata conduzione dei consumi energetici. Certo, quesa è una parte della questione. Ma l’altra parte è : chi è la scuola sostenibile? C’è la personalizzazione delle risorse umane. La responsabilizzazione e la credibilità di tutto il personale. Voglio dire che l’Istituto Marcelline Tommaseo è stata la prima scuola ad avere il coraggio di avviare questa esperienza, questo coraggio. Siamo usciti da Milano ed oggi siamo a Castiglione delle Riviere a Mantova, a Bari, a Mar del Plata in Argentina e saremo a Trieste. Abbiamo un progetto che si chiama WE per mettere in contatto la scuola col territorio“.

Arte e bellezza come rientrano nella vostra didattica e come contribuiscono allo sviluppo sostenibile?

Si dice sempre che è bello ciò che piace. Vero in parte, quello è gusto personale. Ma esistono dei canoni della bellezza che sono codificati. Se non si impara ciò che è bello e brutto, ciò che è comodo o scomodo, giusto o sbagliato non si va da nessuna parte. La meraviglia dell’arte, della matematica, della filosofia per esempio ci dicono che l’uomo può fare cose straordinarie non solo distruggere il pianeta. Ma bisogna educarsi al pensiero, alla riflessione. Ai tempi del pensare. Ecco l’importanza dell’arte e della bellezza che ci insegnano questi tempi. E ci permettono una riscoperta delle regole del mondo di oggi, di quelle che vogliamo cambiare o ancora di quelle che vorremmo far rispettare di più. La spinta idealista accende i motori ma poi ciò che li alimenta è la cultura e non c’è cultura senza la coscienza di ciò che è arte, di ciò che è bello e buono“.

sviluppo sostenibile

“There is no planet B? No non c’è una umanità B”

Si parla abbastanza secondo lei di sviluppo sostenibile o è ancora un argomento per pochi?

La vera questione a mio modo di vedere e che se ne parla forse anche troppo a vanvera. Ormai esistono corsi, webinar, convegni, incontri, esperti di ogni tipo e di ogni livello. Orientarsi è difficile. Le aziende, i grandi marchi ne fanno una questione di speculazione di business. E spesso creano una confusione incredibile. Ma non è tutta colpa loro e comunque rientra nei loro piani. Quello che mi sorprende è che in tutto ciò che ho nominato prima è cioè convegni ed incontri di ogni genere non c’è ai, dico mai, un’insegnante, un maestro, un preside. Cioè la categoria che più di altre è artefice del cambiamento di pensiero rispetto allo sviluppo sostenibile che è qualcosa che riguarda in particolare le nuove generazioni, è tagliata fuori. E quando leggo i risultati dell’indagine dell’Università di Udine sul grado di conoscenza dello sviluppo sostenibile delle matricole non sono affatto stupita. Perchè quel risultato è il frutto del atto che nel nostro Paese una scuola su 15 conosce l’Agenda 2030 dell’Onu”.

Colpa degli insegnanti?

No. O meglio non è una situazione da attribuire solo a loro. L’educazione civica nella quale dovrebbe rientrare la questione sviluppo sostenibile gli è stata messa addosso come una materia altra che troppo spesso non sanno dove inserirla perchè, anche qui troppo spesso, non riescono a portare avanti i programmi delle materie tradizionali. Ma è qui che deve arrivare il cambiamento: l’assunzione della consapevolezza di un nuovo ruolo all’interno del territorio. La coscienza di essere cittadini autorevoli e dunque credibili per poter trasferire le informazioni giuste agli studenti. Lo sviluppo sostenibile ha a che fare con l’etica e l’etica ti chiama in causa personalmente: si può essere autorevoli e credibili se per primi non si è cittadini responsabili? Ma chi e come ha formato i nostri insegnanti su questi temi? Per tornare alla questione di quanto se ne parla, io temo che con l’arrivo dei soldi del Recovery Plan – quando sarà – assisteremo ad una corsa verso una speculazione disperata di tutti quelli che tenteranno di accreditarsi come esperti di sviluppo sostenibile che essendo una materia “work in progress” si presta a manovre di tutti i tipi anche quelle illegali”.

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“There is no planet B? No non c’è una umanità B”

Caterina Micolano lei si considera un’esperta della materia?

No. Ma questo per me è uno stimolo fantastico. Lo sviluppo sostenibile è una materia trasversale e perchè funzioni necessita che tutti noi che siamo operai al suo servizio, creiamo le connessioni giuste, i processi fondanti. La nostra fabbrica in altre parole. Non è solo una questione di nuovi stili di vita che creano un nuovo galateo dei comportamenti. Perchè quei contenuti bisogna usarli nella vita reale. E’ un modo diverso di porsi nelle relazioni sociali, economiche, umane che ognuno di noi deve comprendere. E’ la consapevolezza che ciò che si è definisce la cultura di una intera società“.

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