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Carnevale maschere

Dalla zeza alla mascarata, Paese che vai Carnevale che trovi

Irpinia, teatro di maschere, colori. E quindi di Carnevale. Febbraio si veste di tradizione: è il mese che vede la partecipazione dell’intera provincia, tutta coinvolta nell’evento sintesi di folklore ed eccesso. La maschera, nella sua simbologia da manuale, è antitesi del reale, è il capovolgimento di una regolare dimensione quotidiana, l’eccedenza espressa in una variegata ruota di colori, in una travestita folla marciante sul ritmo di musiche popolari. Come reciterebbe un blasonato detto comune, adeguato però all’argomento: Paese che vai, Carnevale che trovi.

Il Carnevale Castelvetere

Il Carnevale di Castelvetere

Giunto alla sua 50esima edizione, Castelvetere sul Calore, detiene una tradizione antichissima, risalente al 1963, risultante di una rivalità legata alla maestranza artigianale per la realizzazione di carri allegorici tra le fazioni di Castello e Pianura: un’accurata messa in scena di figure gigantesche, rimodulata in una satira sferzante e accattivante, che riempie le strade del centro cittadino sul moto cadenzato e ritmato della tarantella. Proprio in questo comune, il Carnevale non ha stagione e tempo: il Museo del Carnevale è la porta d’ingresso del centro storico del comune irpino, scrigno di una storia, propriamente la sua. Il vecchio e il nuovo si coniugano in un percorso visivo fatto di scatti e frame video, che si lasciano sfogliare come un archivio di annali, che raccontano però di Carri allegorici, di costumi originali, di maschere e personaggi, tutti espressione dell’arte manuale artigianale.

Sulla stessa falsariga, il Carnevale di Paternopoli, nato dall’abile tradizione artigiana della lavorazione della cartapesta, creta e del ferro e il Carnevale di Gesualdo, con origini rintracciabili nell’opera letteraria dell’abate Giacomo Catone ‘Memorie Gesualdine’ del 1840.

I carri a Montemarano

Carnevale arlecchini

Arlecchini in sfilata a Castelvetere

In linea d’aria a Castelvetere sul Calore, qualche chilometro più distante, strizza l’occhio lo storico Carnevale di Montemarano. Qui l’eco della storia riporta all’epoca bizantina e longobarda, mostrandone un retaggio di evidente prestigio, che ancora oggi rivive nel tam tam della musicalità schioccante delle nacchere, del triccheballache e delle tammorre, oltre che nella particolare sonorità della ciaramella, caratteristico strumento a fiato. Figure mascherate, avanzano in un misurato passo processionale sul sound della musica popolare della tarantella montemaranese, sapientemente regolate dal caporabballo, l’apripista della corporazione danzante, ben riconoscibile per il suo completo bianco, rotto dal rosso acceso di una mantellina circollare a mo’ di collare.

I protagonisti di questa sceneggiata sono tutti personaggi palesemente diversificati dai costumi e dai ruoli, oltre che dalla musica popolare, tra note e passi di danza ripetute in un incessante loop. Difatti, è la tarantella che scandisce il tempo del Carnevale irpino, proprio come accade anche nella Martignanese di Forino, una sequenza di passi coreografati da ‘o ntreccio, un ballo processionale rappresentato dall’annodarsi concentrico di nastri variopinti. Si affianca, a quest’ultima, la n’drezzata cervinarese. Nonostante l’assonanza del festeggiamento forinese, quest’ultima simula la battaglia che, illo tempore, segnò il territorio di Cervinara. Nel periodo carnevalesco il ballo tradizionale di questo paese irpino, è distinto da un ritmo andante e impetuoso di mazze di legno che si incrociano verso la direzione del cielo.

Il Carnevale e ‘a mascarata biagiana

Di necessaria e di importante menzione, quando si parla di Carnevale, è ‘a mascarata biagiana, già ospite del Carnevale di Venezia e di Viareggio. Serino è l’epicentro della tradizionale arte carnevalesca che porta il nome de ‘a mascarata’ e vede la frazione di San Biagio e zone limitrofe, adoperarsi in una sceneggiata dedicata alla tematica del matrimonio, raccontata sulla musicalità della tarantella rossiniana e nelle regolari movenze della n’drezzata.

Nella rappresentazione, le maschere fisse, qui, sono dirette dal ‘prim’omm’, ben riconoscibile dal vestito di velluto e con pantaloni alla zuava, vale a dire all’altezza del ginocchio, in un completo di pantalone, camicia e panciotto, accessoriato da un vistoso cappello con pennacchio. Lo sposo e la sposa, retoricamente, non possono mancare: lei, di un’avvenenza devastante, lui, un uomo dai tratti poco gentili, piuttosto rozzi. Tutta la parata, è accompagnata dalle giovani donne del paese che vestono, come da rituale, camicia e gonne di eccentrici colori.

Chi sono le ‘mpacchiatrici

Fuori fila troviamo, invece, le ‘mpacchiatrici, uomini vestiti da donne, sono coloro che organizzano e incitano il ballo e i festeggiamenti. È questa la figura più rappresentativa del Carnevale Biagiano, un’icona essenziale ed unica. Chiudono la carrellata di personaggi più marginale ma che non possono mancare nell’appuntamento dedicato al rovesciamento del mondo: l’orso o brutto, rappresentato da un animale con pelliccia di montone, con dei grossi campanacci addosso, che spaventa i passanti e‘ a vecchiarella, interpretante una donna di aspetto senile, che porta a cavalcioni il suo anziano compagno.

Carnevale carro e maschera

 

Di estrazione napoletana del Seicento, in una sua eccezionalità, la Zeza, rappresentata a Bellizzi Irpino e a Mercogliano, ad oggi sopravvissuta nell’entroterra irpino. La storia racconta che, nella casa di Pulcinella, si svolgono le nozze tra Don Zenobbio e Porzia, condizionate dal volere di Zeza, ma contro il benestare di Pulcinella. Il Capo Zeza, figura carismatica e custode della gestualità della Zeza, con la sua sciabola impartisce ordine ai zezaiuoli, in un francese dialettizzato che solo i zezanti intendono. La festa si conclude con il coinvolgente ballo della quadriglia.

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