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Curdi Ypg bandiere

Curdi sempre sotto attacco: nel Rojava Italia e Ue assenti ingiustificati

Lontani dai riflettori internazionali, i curdi sono sempre sotto la minaccia della Turchia. Solo poche ore fa, infatti, alcuni villaggi nel Nord Est della Siria sono stati attaccati dalle bombe di Ankara. Nessuna voce si è levata per protestare, la notizie è rimasta relegata ai circuiti locali. Un’operazione che segue le continue vessazioni subite dai curdi. Nel Rojava la situazione è sempre più difficile, in apparenza senza sbocchi, con l’Occidente che ha lasciato mano libera al presidente Recep Tayyip Erdogan.

Dopo aver combattuto l’Isis e averlo sconfitto militarmente, i combattenti dell’Ypg (Unità di protezione popolare) sono così costretti a difendersi dall’offensiva di un esercito moderno e ben equipaggiato; allo stesso tempo sono impegnati a eliminare le ultime sacche di resistenza dei jihadisti in alcuni villaggi della regione. Estremisti che, in alcuni casi, agiscono sotto lo sguardo volutamente “distratto” dei turchi.

Diplomazia europea assente non giustificata

Recep Tayyip Erdoğan

Recep Tayyip Erdoğan

In questo scenario la diplomazia europea continua a essere assente. La ritirata dei miliziani dell’Isis ha alimentato un sostanziale disinteresse nei confronti del conflitto siriano e in particolare nel nord est del Paese. Nemmeno l’Italia è pervenuta sul tema. Dopo le prese di posizioni, a mezzo stampa, del governo contro gli attacchi turchi nel Rojava, l’attenzione è stata dirottata altrove. C’è stato l’annuncio sullo stop a nuove forniture militari, poi null’altro.

E anzi, come testimoniato dalla liberazione di Silvia Romano, tra la Farnesina e Ankara i rapporti sono saldi. La foto della cooperante liberata in Somalia con il giubbotto antiproiettile turco ha un impatto simbolico forte, diventando una rivendicazione del merito. In questo contesto la violazione dei diritti umani nel Kurdistan siriano prosegue, nel silenzio. Nonostante si tratti a tutti gli effetti di un nuovo scenario di guerra.

L’allarme sanitario per i curdi

Una foto del campo di Shehba

I curdi siriani vedono incombere un’altra grave minaccia, per cui sarebbe necessaria una mobilitazione internazionale: la possibile diffusione dell’epidemia di Coronavirus. Le strutture sanitarie sono inadeguate rispetto all’eventuale ondata di contagi. Come già raccontato da Impakter Italia nell’intervista a Rossella Assanti, mancano ventilatori e posti di terapie intensiva. Peraltro la guerra ha generato un altro grave problema: 500mila persone sono sfollate e vivono nei campi profughi dove le condizioni igieniche, fondamentali per contrastare la diffusione di Covid-19, sono pessime.

Come se non bastasse i componenti dell’Ypg devono vigilare sui circa 50mila combattenti dell’Isis catturati durante gli scontri e che sono detenuti nelle prigioni curde. Un contagio potrebbe innescare una bomba sanitaria. Peraltro, nelle scorse settimane è arrivato un ulteriore colpo, questa volta da Damasco: il presidente Bashar Assad non ha fatto arrivare nel Rojava migliaia di tamponi inviati dall’Organizzazione mondiale della sanità proprio per quel territorio. Un comportamento che rende l’idea dell’accerchiamento dei curdi.

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