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Recep Tayyip Erdogan

Curdi e repressione: Erdogan schiaccia i diritti umani

Una costante violazione dei diritti umani, in patria e fuori. Per affermare la forza della Turchia nel mondo. Recep Tayyip Erdogan, definito un “dittatore” dal presidente del Consiglio Draghi, sta portando avanti da anni le sue politiche espansionistiche. L’obiettivo, più o meno dichiarato, è quello di rinverdire i fasti imperialisti ottomani. Del resto soprannome di Sultano non è stato attribuito in maniera casuale: pur di eliminare i curdi, l’esercito turco ha dato mano libera ai jihadisti nel Rojava, il Nord-Est della Siria, proprio dove le milizie curde hanno ottenuto importanti vittorie militari contro l’Isis.

I curdi lasciati soli contro i turchi

Campi curdi

Un campo curdo

Tuttavia, dopo aver costretto migliaia di islamisti alla fuga, i combattenti curdi sono stati abbandonati dall’Occidente, compresa l’Europa. Così, in molti villaggi, ci sono stati nuovi scontri con gli uomini dell’Isis che hanno beneficiato dell’alleanza, chiaramente mai ufficializzata, dei turchi: le organizzazioni umanitarie hanno denunciato abusi e vessazioni di ogni tipo (qui per leggere un articolo su Impakter Italia). La situazione resta complicata, anche perché con il Covid-19 molte località sotto il controllo curdo sono finite in emergenza sanitaria. E ancora una volta Usa e Unione europea hanno fatto finta di niente

L’attacco militare in Siria, peraltro, consente al governo di Ankara la possibilità di controllare nuove fasce di territorio. Oltre ad avere il controllo dei profughi, una vera arma contro l’Europa, che ha finanziato Ankara pur di evitare una massiccia migrazione. L’azione contro i curdi, comunque, prosegue anche in Turchia: l’Hdp, il partito curdo, rischia di essere messo al bando. E in questo scenario il leader Selahattin Demirtas, arrestato nel 2016, resta in carcere, nonostante le richiesta di liberazione da parte della Corte europea dei diritti umani. La sua colpa è stata di aver ottenuto risultati record alle elezioni, consentendo all’Hdp di entrare in Parlamento.

Le mire libiche di Ankara

Le mire espansionistiche di Erdogan si sono palesate anche nello scacchiere libico. Fin dall’inizio ha sostenuto il governo di Tripoli, guidato da al-Serraj, ora sostituito dall’imprenditore Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, contro le milizia del generale Haftar, supportato dall’Egitto di al-Sisi e dalla Russia di Vladimir Putin. L’intervento turco è stato decisivo (qui l’approfondimento) per arrestare l’avanzata di Haftar, che sembrava ormai pronto a conquistare anche Tripoli.

Una delicata partita in Libia con un intreccio geopolitico ed economico tutt’altro che secondario. Perché il Paese, dopo la caduta di Gheddafi, ha formato da poco un governo di unità nazionale, ma in un clima di divisioni. E resta uno snodo fondamentale, essendo crocevia del Mediterraneo. Senza dimenticare le ricchezze naturali, come il petrolio. 

Erdogan

Il presidente turco Erdogan
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Turchia: la repressione di Erdogan

Il presidente turco  sta operando anche in Patria una violenta repressione del dissenso. E non da ora. Già nel 2013 ci furono violenze contro i manifestanti di Piazza Taksim, che chiedevano maggiore libertà. Nella memoria sono rimasti gli scontri di Gezi Park, che di fatto hanno sfaldato il movimento di opposizione. Ma in particolare gli arresti hanno colpito gli aderenti a Hizmet, anche noto come movimento Gülen, che prende il nome dal fondatore Fetullah Gülen, un intellettuale che un tempo alleato proprio di Erdogan. E ora costretto a un auto-esilio negli Stati Uniti. L’organizzazione ha una visione più progressista dell’Islam: per questa ragione è stata considerata naturale l’intesa con l’Akp, il partito di Erdogan. Che inizialmente rappresentava il volto moderato e progressista dell’Islam in politica.

Il verbo di Gülen si è diffuso, tanto da arrivare nei gangli dello Stato arruolando magistrati, giornalisti e in generale alti funzionari. Un idillio che si è spezzato negli anni, quando Erdogan ha accelerato sull’islamizzazione del Paese, finendo per ritenere il suo ex alleato una minaccia. Il presidente ha infatti ordinato, dopo il tentativo di golpe del 2016, un’epurazione di massa, giudicando gli aderenti al movimento i principali colpevoli del tentativo di destituirlo. Per molti analisti, in realtà, è stata l’occasione ideale per condurre un repulisti. Condotto, ancora una volta, nel disinteresse più totale dell’Occidente.

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