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Covid, lavoro, sostenibilità e donne: una storia complicata

Covid, lavoro, sostenibilità e donne: la storia ci racconta che il rapporto fra le tragedie ed il lavoro con il genere femminile è sempre molto difficile quando non drammatico. Le donne in tutto il mondo hanno sempre pagato il conto ai disastri dell’umanità non fosse altro per il fatto che si sono spesso trovate ad essere all’improvviso l’unica fonte di sostentamento della famiglia.

In tempi di Covid ma anche di sostenibilità la storia si ripete ed il cosiddetto “gender gap” cioè il divario di genere tra maschi e femmine si allarga a dismisura. I dati del lavoro femminile nella prima metà del 2020 raccontano di una situazione sull’orlo del collasso. E dall’altro lato qualcuno rilancia il dibattito se sia o no responsabilità quasi esclusiva o meno delle donne occuparsi della sostenibilità.

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La nascita dell’Eco-gender gap

Una società di ricerche inglese Mintel nel 2018 aveva sostenuto – dopo una ricerca – che le donne avrebbero più a cuore la salute del pianeta più degli uomini. Perchè sono più coscienziose quando si tratta di ambiente e sono loro che comprano in larghissima maggioranza i prodotti verdi: una tendenza secondo i dati Mintel, rintracciabile nella natura delle donne che le porterebbe ad essere altruiste, empatiche e di natura predisposte alla cura degli altri, dei più fragili, dei bambini, degli anziani e di conseguenza anche della Terra.

Per tutto questo esisterebbe anche un nome “Eco-gender gap” cioè divario di genere ecologico.

Quasi a conferma di questa tesi nel 2020 Nielsen, una delle più famose società di ricerche, ha pubblicato i risultati di una sua opera. Ecco quello che è emerso:  gli uomini sono più interessati dalle donne ai temi che riguardano la politica (27% rispetto al 12% delle donne) e la finanza; mentre le donne ogni giorno attuano comportamenti virtuosi in materia di ambiente. Sono le donne che preferiscono i mezzi pubblici alla macchina (il 30%  rispetto al 22% ), portano le borse della spesa da casa per non sprecare plastica (il 69%  contro il 54% ), e  sono disposte a pagare qualcosa in più per avere prodotti che rispettino l’ambiente (il 14% delle donne contro il 12% degli uomini).

Tutti d’accordo? Sì ma…Sulle pagine di Business Insider due opinioni aggiungono interessanti argomenti. Pietro Meloni, docente di Antropologia del Consumo all’Università di Siena dice per esempio:”Pensare che le donne nascano con una predisposizione “biologica” a essere caregiver dei più fragili è un errore che riflette una tendenza, molto maschile, a naturalizzare comportamenti culturali. Le donne non nascono con una particolare propensione per la cura dei bambini, il colore rosa, il cucito e le soap opera e così come gli uomini non nascono con la passione per il calcio o i thriller. Questi dati mostrano solo un lato della medaglia. Non ci dicono ad esempio chi (o cosa) spinga le donne verso questi comportamenti e verso queste scelte. Le scienze umane hanno largamente ed efficacemente dimostrato che alla base dei comportamenti di ogni individuo c’è molto di più della pura biologia: c’è l’ambiente, la cultura, l’educazione. E pure il marketing”.

E Grazia Francescato, ex presidente di WWF Italia e fondatrice di EFFE la prima rivista totalmente al femminile nel nostro Paese aggiunge:”Green is Pink. Fin dalle sue origini il movimento ecologista abbia assimilato e condiviso alcuni valori femminili come la cura, l’empatia e il senso di solidarietà e responsabilità verso il pianeta e nei confronti di tutti i viventi: umani ed animali”.  Questi valori però, avverte, “potrebbero essere adottati anche dai maschi, attraverso gesti quotidiani o azioni collettive, come ci stanno dimostrando le generazioni più giovani impegnate nei Fridays for Future. È vero che il numero di donne attive nelle organizzazioni ambientaliste oggi é elevatissimo: in Europa c’è Greta Thunberg; negli Stati Uniti Alexandria Ocasio Cortez; in India Ridhima Pandey. Stiamo però attente alle trappole: l’onere e l’onore di ‘ripulire’ il pianeta non deve ricadere solo sulle donne”.

@consulentidelavoro.it

La questione del lavoro

Qui il dibattito non esiste perchè i dati sono certi. Almeno quelli forniti in questi giorni dalla Fondazione Consulenti del Lavoro. Che ha prodotto un focus “Ripartire dalla risorsa donna“. La partenza però è questa : tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, in Italia si sono registrate 470 mila donne occupate in meno, per un calo nell’anno del 4,7% (a fronte di un calo dell’occupazione maschile del 2,7%, -371 mila occupati). Su 100 posti di lavoro persi (in tutto 841 mila), quelli femminili rappresentano il 55,9%.

Tutto questo nonostante durante il lockdown primaverile le donne siano state più impegnate degli uomini nell’attività lavorativa (il 74% ha continuato a lavorare rispetto al 66% degli uomini), dovendo garantire servizi essenziali in settori a forte vocazione femminile: scuola, sanità, pubblica amministrazione. Inoltre, con la chiusura delle scuole, hanno dovuto al tempo stesso assistere i figli impegnati nella didattica a distanza: un livello di stress elevatissimo per quasi 3 milioni di lavoratrici con un figlio a carico con meno di 15 anni (30% delle occupate).

Le donne – commenta il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca – solo nelle professioni intellettuali rappresentano il 54% degli occupati, per questo dobbiamo mirare a servizi che favoriscono la conciliazione vita-lavoro, arginando il rischio che molte di loro possono chiamarsi fuori dal circuito lavorativo”.

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