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Cosa accade in Afghanistan con i talebani

Le elezioni presidenziali in Afghanistan non sono di certo le più semplici della storia. E non è del resto una novità. Ci sono stati già due slittamenti della data: prima era stata fissata per il 20 aprile, poi il 20 luglio. E infine il 28 settembre, salvo ulteriori rinvii. La situazione resta complicata in un Paese che vive in una situazione di conflitto dal 2001, quando il regime dei talebani fu abbattuto. Ma proprio i talebani, nonostante le prime sconfitte, non hanno mai deposto le armi, continuando a combattere e a controllare le zone più inaccessibili del Paese. Così il governo, supportato dall’azione diplomatica degli Stati Uniti, ha avviato dei colloqui di pace nei mesi scorsi.

Un processo difficile da attuare, visto che l’organizzazione islamista non è un blocco univoco: al suo interno ci sono fazioni poco inclini al confronto e all’approccio democratico. Tanto che nelle ore in cui erano attesi i primi incontri, ci sono stati degli attacchi condotti dai miliziani talebani. Tutto è finito in stand-by, ma il nuovo presidente deve per forza affrontare la questione. E il clima sembra favorevole: nelle ultime settimane c’è stata una ripresa del dialogo, con buone notizie annunciate direttamente dal presidente Donald Trump. Fatto sta che le Nazioni Unite, attraverso le parole del Rappresentante speciale per l’Afghanistan e capo della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) Tadamichi Yamamoto, ha definito il voto un “momento chiave” per completare il processo democratico.

Afghanistan: candidati e favoriti alle elezioni presidenziali

In attesa di un quadro più stabile e completo, i candidati alle elezioni presidenziali erano 18 per il voto previsto ad aprile: molti di loro sono volti noti, che già hanno corso in altre competizioni elettorali per la presidenza del Paese. A differenza del passato, non sono pervenute candidate donne. I continui slittamenti della data elettorale possono provocare qualche cambiamento, ma principalmente i favoriti restano tre: il presidente in carica, Ashraf Ghani, il Capo esecutivo, Abdullah Abdullah, e Muhammad Hanif Atmar.

Il presidente Ashraf Ghani, 70 anni, ha avuto un percorso indipendente: di formazione antropologo ha lavorato con la Banca Mondiale, assumendo l’incarico di ministro delle Finanze dal 2002 al 2004 in una fase molto difficile per l’Afghanistan dopo la fine del regime talebano. Il suo impegno politico e culturale è proseguito, culminando nella candidatura alle presidenziali del 2009, con un risultato non esaltante: ha chiuso quarto nel voto che ha confermato Hamid Karzai. Nel 2014, dopo aver ottenuto il secondo posto al primo turno contro Abdullah Abdullah, Ghani è riuscito a vincere il ballottaggio, provocando le proteste dell’avversario. L’intesa tra i due, con l’incarico di Capo Esecutivo affidato ad Abdullah Abdullah, ha permesso di avviare una fase di collaborazione tra i due. Una trattativa condotta grazie alla spinta degli Stati Uniti, preoccupati da un’eventuale escalation di tensione politica.

Abdullah Abdullah, 58 anni, è quindi l’altro grande protagonista di questo voto: sia nel 2009 che 2014 è stato il candidato sconfitto, giusto secondo. Il medico impegnato in politico è anche ex ministro degli Esteri (dal 2001 al 2005): punta alla presidenza da tempo e questa volta vuole raggiungere l’obiettivo. 

Muhammad Hanif Atmar, 50 anni, è il più giovane nel trio di favoriti. Dal 2014 fino all’agosto del 2018 è stato consigliere per la sicurezza nazionale: la rinuncia all’incarico è arrivata alla fine di dissidi politici con il presidente, un preludio alla decisione di candidarsi. Uno dei punti di forza della sua campagna elettorale è la possibile pace con i talebani, attraverso un negoziato che possa includere gli islamisti nella vita politica afghana. La sua carriera, comunque, è stata caratterizzata da altri impegni, come il ruolo di ministro dell’Interno (2008-2010) e ministro dell’Educazione (2006-2008). Un giovane rampante, insomma, cresciuto negli anni della difficile crescita della democrazia in Afghanistan. Oltre a questi tre nomi ci possibili outsider come Ghulam Farooq Nijrabi Nejrab, Hakim Tursan, Latif Pedram e Zalmai Rassul.

Il ruolo degli Stati Uniti un Afghanistan

Dalla fine della guerra in poi, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo centrale nella vita politica dell’Afghanistan. Il presidente in carica, Donald Trump, aveva annunciato l’intenzione di ritirare le truppe dal Paese, provocando l’irritazione all’interno del suo stesso partito e il voto contrario del Senato. Di sicuro sotto la sua guida le truppe statunitensi sono diminuite, gradualmente, lasciando intendere le reali intenzioni di evitare un “effetto Vietnam”.

Tuttavia, l’amministrazione guidata dal miliardario repubblicano sogna comunque di raggiungere un obiettivo che è stato fallito dai suoi predecessori, compreso Barack Obama: portare l’Afghanistan a una reale pacificazione, facendo deporre le armi ai talebani. Il lavoro diplomatico è stato affidato a Zalmay Khalilzad, che si è concentrato sulla possibilità di trovare un accordo con i miliziani islamisti, accompagnando l’impegno portato avanti dal governo di Kabul. L’Afghanistan, dal punto di vista della sicurezza, resta sempre il Paese in cui stanno penetrando numerosi combattenti dell’Isis, alla ricerca di nuovi rifugi per organizzarsi. E pronti a creare altra instabilità. In questo non va dimenticato che molte capi tribù delle zone più inaccessibili non hanno mai smesso di sostenere i miliziani di Al Qaeda, nonostante l’indebolimento dell’organizzazione terroristica fondata da Osama Bin Laden, che proprio in Afghanistan aveva stabilito la sua sede operativa. Insomma, il cammino per la pace e lo sviluppo democratico si annuncia sempre difficile.

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