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Coronavirus Italia

Coronavirus, l’intervista all’esperto sulla diffusione del panico

Una reazione eccessiva da parte degli italiani verso il Coronavirus. Con il risveglio di paure ancestrali e la totale sopraffazione della ragionevolezza nel Paese. Impakter Italia ha chiesto allo psichiatra Armando Piccinni, professore all’Unicamillus di Roma e presidente della Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze, quali meccanismi si sono innescati negli ultimi giorni. E come si può uscire da questa situazione.

Il professore Armando Piccinni

Sulla diffusione del Coronavirus abbiamo assistito a scene davvero impensabili fino a qualche settimana fa. Un “assalto ai supermercati”, la corsa alle mascherine. Come si può spiegare una reazione così forte da parte delle persone?

Nel momento in cui siamo coinvolti in un comportamento all’interno della massa le regole che ci governano cambiano. Abbiamo comunanza e condivisione con chi condivide la nostra stessa sorte; ma allo stesso tempo permane la spinta a provvedere, anche a scapito degli altri, alle nostre necessità di sopravvivenza. Entra così in funzione il bisogno di soddisfare i bisogni primari. Il cibo è uno di questi.

La storia dell’uomo è punteggiata da una sequela continua di carestie, guerre, prigionia, sfruttamento. Queste situazioni hanno strutturato nella mente dell’uomo comportamenti stereotipati che, quando si verificano situazioni di allarme e di emergenza, riaffiorano con forza come se il tempo non fosse mai passato. È la parte più antica ed emotiva che prevale. In questa situazioni la razionalità viene sopraffatta.  

E cosa scatena una psicosi del genere? E soprattutto come si può tornare alla normalità?

L’azione svolta dai media in questi giorni è stata di martellante allarme. Esattamente quello che serve per far scattare il comportamento di emergenza: “si salvi chi può”. Sicuramente un abbassamento dei toni da parte dei media e un invito alla razionalità e soprattutto alla valutazione scientifica dei dati reali a disposizione delle autorità potrà portare ad una normalizzazione dei comportamenti ed a reazioni più congrue ed equilibrate.

C’è stato anche una sorta di razzismo verso i lombardo-veneti. Quali sono le ragioni di un approccio del genere?

Image by Gerd Altmann from Pixabay

Sono convinto che il razzismo fine a se stesso non possa esistere in persone dotate di equilibrio. Le cose si complicano nel momento in cui la diversità diventa fonte di pericolo e di danno. Anche in questo caso la spinta all’allarme ha giocato il suo ruolo-chiave ed è l’emotività incontrollata che fa da padrona. Dagli untori di manzoniana memoria fino ad oggi, in momenti in cui un imponderabile nemico si aggira tra di noi, ogni uomo può essere il portatore della minaccia e del danno. Anche in questa situazione il sentimento che padroneggia è la paura, il timore che accada qualcosa di imprevedibile e di terribile. Molto più terribile di quanto il rischio non comporti.

Quanto hanno inciso i social sulla propagazione di queste forme di panico relativa al Coronavirus?

Credo sia impossibile dividere quantitativamente o qualitativamente il peso che hanno avuto i differenti mezzi di comunicazione che sono entrati in campo. Di certo si trattava della prima volta nella storia dell’umanità che i social media entravano massicciamente in azione. C’è da dire che alcuni social sono rivolti in particolare a generazioni più giovani e quindi avranno svolto la loro parte in questa fascia di età. In età più avanzata certamente il mezzo che ha prodotto maggiore influenza sono stati la radio e soprattutto la televisione con un programmazione intensa e continuativa.

Di sicuro, e questo è materia degli studiosi della comunicazione, si sarà innescato un meccanismo di potenziamento reciproco tra i vari media. Ciò può essere anche stato il motivo per cui la massiccia onda d’urto dei messaggi mediatici è stata così possente. E tutto sommato può anche questo essere il motivo, almeno in parte, della ridondanza dell’informazione e di un allarme esagerato che ha generato reazioni e comportamenti commisurati all’allarme, ma non alla situazione reale.

Anche sul Coronavirus la politica, nelle ultime ore, non ha fornito uno spettacolo decoroso con attacchi incrociati al governo per la gestione della situazione. Cosa ne pensa?

Ritengo che nel bailamme scatenato, ognuno abbia avuto le sue responsabilità. Chi lo ha creato e sostenuto con l’eccessivo allarmismo nella comunicazione, ma anche chi lo ha criticato specificamente incrementando così i messaggi incrociati e contraddittori e determinando ancora più allarme e paura nei destinatari dei messaggi. Valutando sempre da un punto di vista emotivo, il disaccordo dei comportamenti in chi dovrebbe avere il ruolo del pater familias forte ed equilibrato fonte di aiuto e protezione determina un ulteriore senso di vulnerabilità e confusione.

Si forma, così, l’idea che se non abbiamo chi pensa a noi per aiutarci, dobbiamo inevitabilmente aiutarci da solo. Da qui al comportamento di massa secondo cui ognuno deve salvare se stesso, il passo è breve. Per fortuna sembra che ora una maggiore temperanza nella comunicazione dei media stia comparendo, e anche una notevole razionalità/maturità ha evitato le situazioni più estreme ed anche in questo gli italiani, al di là dei bizzarri condottieri, hanno mostrato la loro millenaria saggezza.

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