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Coronavirus le parole da usare

Coronavirus: le parole giuste da usare su Covid-19

Meno messaggi negativi, allarmistici, sul Coronavirus e più spazio alle informazioni scientifiche. Bilanciando i racconti dei familiari delle vittime con le storie di chi è guarito da Covid-19. E con la prescrizione di evitare una “caccia all’untore”. In un momento storico molto delicato, dunque, occorre misurare le parole: usarle con attenzione, nel mondo dell’informazione, ma non solo. Perché anche i social media hanno un ruolo centrale.

Oms: il vademecum sul Coronavirus

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L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha quindi diffuso un documento proprio per evitare lo stigma sociale legato alla diffusione di Covid-19 (qui tutte le informazioni sui sintomi e il tasso di letalità): una serie di attenzioni comunicative per evitare che le persone possano “nascondere” un possibile contagio o comunque per evitare la crescita di allarmismi. Uno dei punti cardini del vademecum è il racconto delle storie “delle persone che hanno avuto il Coronavirus (Covid-19) e sono guarite o che hanno supportato una persona cara durante la malattia per sottolineare che la maggior parte delle persone guarisce”. Per questo l’Oms chiede precisamente: “Condividi fatti e informazioni accurate sulla malattia; sfida miti e stereotipi; scegli le parole con attenzione”. 

Non è il “virus di Wuhan”

“Le parole utilizzate possono consolidare stereotipi o ipotesi negative, rafforzare false associazioni tra la malattia e altri fattori, creare una paura diffusa (qui l’intervista all’esperto, ndr) o ‘disumanizzare’ coloro che sono colpiti dalla malattia”, evidenziano gli esperti. I suggerimenti prescrivono di non “associare luoghi o etnie alla malattia, questo non è un ‘virus di Wuhan’, un ‘virus cinese’ o un ‘virus asiatico’. Il nome ufficiale della malattia è stato scelto deliberatamente per evitare la stigmatizzazione: ‘CO’ sta per Corona, ‘VI’ per virus e ‘D’ per malattia, il 19 è perché la malattia è emersa nel 2019″.

Coronavirus: non attribuire “colpe” ai contagiati

Dal punto di vista del giornalismo, soprattutto, è fondamentale non “parlare di ‘sospetti Covid-19’ o di ‘casi sospetti’”, bensì di usare la forma “persone che potrebbero avere Covid-19”. E ancora: l’Oms chiede di non “parlare di persone che ‘trasmettono  Covid-19′, ‘infettano gli altri’ o ‘diffondono il virus’ poiché implica una trasmissione intenzionale e attribuisce una colpa. L’uso della terminologia criminalizzante o disumanizzante crea l’impressione che chi ha la malattia abbia in qualche modo fatto qualcosa di sbagliato o sia meno umano di noi, alimentando così lo stigma, minando l’empatia e potenzialmente alimentando una maggiore riluttanza a farsi curare o a sottoporsi a screening, test e quarantena”.

Le informazioni fornite dall’Iss

Gli esperti dell’Oms sottolineano anche la necessità di attenersi alle informazioni scientifiche a disposizione e di non condividere indiscrezioni, usando un linguaggio iperbolico che aumenta la paura, su tutte espressioni tipo “peste” e “apocalisse”. Insomma, un invito a soffermarsi sulle conoscenze concrete, a partire dal fatto che oltre il 97% delle persone guarisce da Covid-19, senza perciò “enfatizzare o soffermarsi sul negativo o sui messaggi di minaccia”.

La richiesta del giornalismo etico

L’Oms, insomma, si rivolge direttamente ai giornalisti, chiedendo un giornalismo etico: “Gli articoli che si concentrano eccessivamente sul comportamento individuale e sulla responsabilità dei pazienti di avere preso e di ‘diffondere Covid-19′ possono aumentare lo stigma delle persone che potrebbero avere la malattia”, mette in evidenza la guida. “Alcuni media si sono concentrati, ad esempio, sull’origine di Covid-19, cercando di identificare il ‘paziente zero’ in ciascun paese. Enfatizzare gli sforzi per trovare un vaccino e un trattamento può aumentare la paura e dare l’impressione che non siamo in grado di arrestare le infezioni. Vanno invece promosse informazioni relative alle pratiche di prevenzione delle infezioni di base, ai sintomi di Covid-19 e a quando cercare assistenza sanitaria”, si legge ancora nel vademecum.

I social media e i messaggi positivi

Un ruolo importante è anche legato ai social media: raggiungono un gran numero di persone e forniscono informazioni sulla salute a costi relativamente bassi. A patto che si segua una correttezza della diffusione delle notizie relative al Coronavirus. Tanto che l’Oms invita al coinvolgimento di influencer: “Persone famose, celebrità, o leader religiosi” possono “favorire una attenta riflessione sulle persone che sono stigmatizzate e come sostenerle, e per amplificare i messaggi che riducono lo stigma.

Le informazioni fornite da queste persone dovrebbero essere ben mirate e le celebrità alle quali viene chiesto di comunicarle dovranno sentirsi direttamente coinvolti, essere giuste per il contesto geografico e culturale al quale si rivolgono e adeguate al pubblico che si vuole influenzare. Un esempio potrebbe essere un sindaco (o altro influencer chiave) che va in diretta sui social media e stringe la mano al leader della comunità cinese”. Contro il Coronavirus, dunque, è necessario seguire precise indicazioni. Anche nelle parole.

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