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Cop26

Cop26, in 200 contro lo Stato Italiano

Giudizio Universale come i lettori di Impakter Italia sanno bene è la prima causa italiana, lanciata da oltre 200 ricorrenti tra organizzazioni e cittadini contro lo Stato italiano per inadempienza nelle lotta ai cambiamenti climatici, esce dalla Cop26 di Glasgow con una certezza : molto di quello che è stato deciso in Scozia è un “intento” non un “vincolo” per aiutare la Terra.

E come tale non ha la stessa validità in termini di reale attuazione. Ecco perchè – e forti del fatto che il 14 dicembre si terrà la prima udienza della causa – quelli di Giudizio Universale dicono:”Per questo riteniamo che non ci sia scelta. Non possiamo sperare in una risposta dall’alto. Dobbiamo agire. Dobbiamo fare causa agli Stati, alle imprese, ai rappresentanti delle aziende fossili, e costringerli per via giudiziaria a rispondere in Tribunale delle loro responsabilità”.

“L’Italia esce dalla COP26  – dicono sempre quelli di Giudizio Universale – collezionando strette di mano, selfie, sorrisi ma poco altro. Si è sfilata dall’accordo sul settore automotive per un’uscita rapida dalla produzione di veicoli a benzina e il nostro ministro Roberto Cingolani è tornato a parlare di nucleare come panacea di tutti i mali e del gas come migliore amico della transizione”. Insomma come si fa con una neopromossa di un qualunque campionato sportivo che gioca benissimo ma non fa punti: “Bravi eh!”…

Cop26

Glasgow by @piqsels.com-id-zfqjq

Analisi e conseguenze della Cop 26

Il documento finale stilato da Giudizio Universale che è stato a Glasgow con una sua delegazione, è un modo per fare un ripasso semplice ed esaustivo di cosa non è andato. “La questione centrale resta quella degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Nel documento finale resta il riferimento agli 1,5 °C di riduzione della temperatura entro il 2030, ma si tratta di un’intenzione non sostenuta da impegni. Perché di nuovo quell’obiettivo è indicato solo come “raggiungibile”, ma non vincolante. E soprattutto, non è legato alla necessità, per i paesi, di tagliare la quantità di emissioni necessaria a realizzarlo. Come a dire: certo sarebbe bellissimo arrivarci ma ad assumere impegni pensiamo – forse – la prossima volta.
Occorrerà attendere infatti altri 12 mesi, la fine del 2022, per fare un bilancio sulla revisione (si spera al rialzo) degli NDC nazionali, ovvero dei contributi di riduzione delle emissioni che ogni Paese parte è chiamato a elaborare.

Gli impegni presi a Glasgow spostano ancora in avanti gli orologi rimandando ai prossimi incontri la decisione più importante: l’aumento dei target di riduzione delle emissioni. Non c’è neanche l’ombra dell’atteso accordo globale sul phase out dal carbone. Sul metano il passo avanti è minimo. I 5,7 trilioni di dollari di sussidi globali alle fonti fossili potranno continuare ad essere erogati senza disturbo. A meno che non siano “inefficienti” dunque degni di essere “gradualmente” eliminati. Il multilateralismo sarà pure faticoso e basato sul compromesso, ma l’incapacità di mettere sul tavolo impegni concreti ha un prezzo troppo alto da pagare, è un futuro di devastazione imposto come destino a tutti i popoli del pianeta» commenta Marica Di Pierri, portavoce di A Sud., una delle associazioni che hanno promosso Giudizio Universale.

 

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