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Commercio di animali selvatici: una crudeltà

Il commercio di animali continua a minacciare la biodiversità. Con effetti devastanti che si stanno abbattendo già da tempo sull’equilibrio biologico: secondo la relazione dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifica-politica sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici), la caccia e la compravendita di animali selvatici hanno messo a repentaglio circa un milione di specie. Un’accelerazione impressionante registrata negli ultimi anni. L’insano piacere di acquistare animali selvatici da parte di migliaia di persone ha conseguenze peraltro semplici da immaginare. Anche perché alla base c’è una cattura traumatica dell’animale, la terribile condizione in cui viene tenuto in cattività, il massacro nel caso di scuoiamento o comunque il trattamento violento e privativo di quando l’esemplare viene ceduto per “trasformarsi” in animale domestico esotico. Eppure tutto questo avviene sotto gli occhi disinteressati dei governi.

La tartaruga leopardo (foto: Berthold Werner)

A rilanciare l’allarme è stato un recente studio, pubblicato sulla rivista Science, che ha svelato dati preoccupanti: almeno una specie su cinque di vertebrati (gli animali con una spina dorsale) viene acquistata e venduta sul mercato mondiale della fauna selvatica. La rivista earth.org ha riportato la ricerca, rilanciata anche da impakter.com, proprio con l’intenzione di accendere i riflettori sul caso. La ricerca, condotta da Brett Scheffers dell’Università della Florida e da Brunno Oliveira dell’Università Auburn di Montgomery, ha scoperto che 5.579 specie, pari al 18% del totale, sono attualmente commercializzate a livello internazionale. E l’incremento è indicato tra il 40% e il 60% rispetto alle precedenti ricerche.

Quali specie vengono catturate e comprate?

Il Coccodrillo del Nilo

Un altro studio realizzato World Animal Protection, un’organizzazione senza fini di lucro, ha fatto emergere che 2,7 milioni di animali, appartenenti a dieci specie vulnerabili in Africa, sono stati legalmente scambiati tra il 2011 e il 2015. La maggior parte degli animali selvatici viene catturata in natura e allevata in fattorie: questi esemplari vengono poi usati per commercializzare la pelle o per essere venduti come animali domestici. Il coccodrillo del Nilo, la zebra di montagna di Hartmann, l’elefante africano, l’ippopotamo, il pitone palla, il pappagallo grigio africano, l’imperatore scorpione, la tartaruga leopardo e la lucertola della savana sono le specie più appetite per le operazioni di compravendita.

“Parliamo di animali selvatici, non di merci prodotte in fabbrica. Questa industria crudele fa male agli animali selvatici e può danneggiare la biodiversità africana con impatti devastanti a lungo termine anche sui mezzi di sussistenza e sulle economie”, ha denunciato Neil D’Cruze, consulente globale per la fauna selvatica presso World Animal Protection. “Come siamo arrivati ​​al punto in cui gli animali vengono esportati e sfruttati avidamente per il nostro piacere personale? La vita di un animale non significa niente?”, ha concluso, rimettendo la questione al centro dell’agenda. La tutela della biodiversità è peraltro uno degli 17 Sdgs fissati dall’Onu. E senza omettere che la compravendita di animali selvatici produce conseguenze economiche con aumento della povertà, come spiegato da D’Cruze, e danni all’equilibrio ambientale.

Cosa fare per salvaguardare la biodiversità?

La zebra di montagna di Hartmann

Alcune ricerche pubblicate negli anni scorsi hanno rilevato che oltre il 25% degli animali inseriti nella “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) non sono, in realtà, protetti dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (Cites). Cosa bisogna fare allora? La prima mossa per salvare milioni di specie dal commercio spetta ai governi: devono iniziare a utilizzare l’elenco rosso Iucn come guida per proteggere le specie minacciate all’interno dei loro confini. Sarebbe già un passo in avanti. 

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