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Colpo di Stato e nuovo attacco al premier: cosa sta accadendo in Etiopia

Il rischio caos in un Paese che sta proseguendo un cammino verso lo sviluppo. L’Etiopia ha vissuto ore molto intense a causa di un tentativo di colpo di Stato, sventato dalle forze governative che sostengono il primo ministro Abiy Ahmed, apparso in tv con la mimetica per denunciare l’accaduto. Le ore di tensione sono culminate nell’uccisione del capo dei golpisti, il generale Asamnew Tsige. Una situazione tesa, che aveva già portato alla morte di altre persone, nella giornata di domenica 23 giugno.

Il generale Tsige aveva guidato l’insurrezione, partendo dallo Stato di Amhara (posta nell’area centro-settentrionale del Paese): così i primi attacchi hanno portato all’assassinio del governatore dello Stato di Amhara, Ambachew Mekonnen, e di un suo collaboratore. Nelle ore successive il capo dell’esercito etiope, il generale Seare Mekonnen, è stato vittima di un agguato compiuto da una sua guardia del corpo. L’alto comandante è rimasto gravemente ferito ed è morto dopo qualche ora. A quel punto la situazione ha raggiunto e superato il livello di guardia, ma gli uomini dell’esercito di Addis Abeba hanno mantenuto fedeltà al premier Abiy Ahmed, dando la caccia ai golpisti.

Autonomia ed etnie

Lo scontro è stato innescato dal generale Tsige, che da settimane protestava contro il presunto disegno del governo centrale per la limitazione dell’autonomia dello Stato dell’Amhara. Una tensione che è scaturita su base etnica: il primo ministro è di etnia oromo, mentre gli amhara vivono in prevalenza nel centro-nord dell’Etiopia. Il generale golpista ha alimentato il malcontento della popolazione, invitando a insorgere contro gli ipotetici obiettivi anti-federalisti attribuiti ad Abiy.

Il risultato è stato un incremento della rabbia e la conseguente esplosione nelle ultime ore. Tsige, tuttavia, non è nuovo a questi episodi: era già noto per la volontà di arrivare al potere, visto che in passato aveva ordito un colpo di Stato. Nonostante la condanna, era stato liberato grazie all’amnistia concessa nel 2018. Insomma, gli intenti bellicosi non erano sopiti. La sua uccisione non è comunque garanzia di aver risolto la questione: resta ora da considerare le difficoltà per il ritorno alla normalità, soprattutto nello Stato di Amhara. Un compito che spetta proprio all’attuale premier in un Paese dilaniato da tensioni etniche.

Chi è Abiy Ahmed

Abiy Ahmed è descritto come un politico progressista che sta cercando di far evolvere l’Etiopia, rendendolo un modello per l’Africa. Dopo aver svolto il mandato da ministro della Scienza e della Tecnologia nel 2015 e 2016, ha vinto le elezioni nel 2018, diventando premier. Il cambio di passo è stato netto da subito: ha provveduto a licenziare i funzionari accusati di violazioni dei diritti umani, secondo le denunce di Human Rights Watch. Inoltre, ha ammesso che gli apparati di sicurezza dello Stato erano stati responsabili di violenze e torture, allontanando gli autori di queste azioni. In particolare l’obiettivo del suo governo, appena insediato, è stato quello di avviare una reale pacificazione tra le etnie del Paese: per questa ragione ha liberato numerosi prigionieri politici, dando un segnale chiaro sul nuovo corso del Paese.

Dal punto di vista economico, invece, le riforme di Abiy sono state orientate alla privatizzazione di aziende statali, tra cui quella delle telecomunicazioni e dell’Ethiopian Airlines, uno dei gioielli dell’economia etiope. Per quanto riguarda l’organizzazione costituzionale, invece, il premier ha spinto per una riforma in grado di attutire le differenze etniche degli Stati: una strategia che è stata vista, dai suoi avversari, come un tentativo di limitazione dell’autonomia. Tanto che il generale Tsige ha pensato di organizzare un golpe. Il lavoro riformatore del primo ministro era stato già bersaglio di attacchi, nel vero senso della parola: in poco più di un anno ci sono stati tre tentativi di colpo di Stato. Il primo, subito dopo la vittoria elettorale, con un’esplosione lanciata contro il palco su cui Abiy stava tenendo un discorso; il secondo tentativo di rovesciamento c’è stato nell’ottobre 2018 quando alcuni militari hanno marciato verso il Palazzo del premier, cercando di assaltarlo. E il terzo è cronaca delle ultime ore.

La pace con l’Eritrea

In politica estera l’impegno è principalmente concentrato sul processo di pace con l’Etiopia. Un gesto fondamentale è stata l’accettazione dell’accordo di Algeri che prevedeva la cessione all’Eritrea della città contesa di Badme. La mano tesa al dittatore eritreo, Isaias Afewerki, è stato un ulteriore passo di distensione dei rapporti e al prosieguo del percorso di pace. Nel giugno del 2018, il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh Mohammed, ha visitato Addis Abeba: è stata la prima delegazione eritrea di primo piano a recarsi in Etiopia dopo più di venti anni. A distanza di qualche settimana, poi, Abiy è andato ad Asmara per siglare la “Dichiarazione congiunta di pace e amicizia” con l’Eritrea.

Nel documento c’era l’intenzione, messa nero su bianco, di giungere alla fine delle tensioni e alla volontà di riaprire rapporti diplomatici, oltre ai collegamenti diretti di telecomunicazione, strade e aviazione. Un processo difficile, cero, che pure ha aperto una nuova fase in Etiopia con l’avvio di relazioni commerciali con gli ex nemici, che hanno giovato ad Addis Abeba. Ma troppe novità non sono viste in maniera benevola dagli avversari politici del primo ministro, costretto a vivere costantemente sotto minaccia.

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