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Clubhouse: il futuro dei social un anno dopo

Si chiama Clubhouse. E’ l’app fondata a marzo del 2020 dalla startup Alpha Exploration guidata da Rohan Seth e Paul Davison che nelle scorse settimane ha raggiunto il traguardo dei due milioni di iscritti e colleziona, giorno dopo giorno, crescenti richieste di iscrizione grazie all’attenzione mediatica che sta attirando.

Tutto si basa sul discorso vocale: Clubhouse si fonda infatti sull’interazione vocale in tempo reale tra gli utenti all’interno delle cosiddette “Room”. Si tratta di stanze virtuali create da amministratori/moderatori noti come creator al cui interno avvengono le conversazioni vocali tra gli iscritti. Le conversazioni sono suddivise in aree tematiche e si trasfigurano in un agglomerato di canali di approfondimento che vengono calendarizzati e indicizzati nell’applicazione in modo da essere intercettati facilmente dall’utente che può selezionare le macro sezioni di suo interesse.

Negli Stati Uniti sono molti gli investitori pronti a puntare sul suo successo: basti pensare che l’app ha raccolto di recente 100 milioni di dollari di investimenti dal fondo di Venture Capital Andreessen Horowitz e oltre 180 nuovi investitori.

Cerchiamo di capire cosa significa al giorno d’oggi elevare la voce a somma forma espressiva per un social. La comunicazione vocale è coinvolgente, immediata e accattivante: sebbene sia possibile trattenersi nelle Room a piacimento (con massimo 5.000 partecipanti), risulta difficile rimanervi solo per una manciata di minuti, soprattutto se l’argomento dibattuto incontra i propri interessi. La trasmissione orale di conoscenze da sempre suscita un impatto più forte rispetto alla parola scritta e l’udito ha un potere avvolgente maggiore rispetto alla vista. Una discussione orale permette di avere una rappresentazione più autentica e umana degli iscritti, che non saranno più presenze astratte che si basano sul gradimento visivo di una semplice foto. La fruizione dei prodotti audio, inoltre, è immediata e multitasking: basti pensare alla moltitudine di attività che si possono svolgere mentre si ascolta un podcast, un messaggio vocale, la radio, un brano musicale o un audiolibro. Il potere aggregante di Clubhouse, orientato dagli interessi comuni dei suoi utenti, fa da terreno fertile non solo ai rapporti interpersonali legati alla dimensione privata, ma anche professionale: il social è popolato da professionisti e startupper che trasformano le stanze in spazi di co-working attorno cui si generano fitti network di conoscenze. L’affluenza di personaggi famosi consente di partecipare a conversazioni presiedute da persone con cui non capita tutti i giorni di poter parlare, (nota positiva o trucco accalappia utenti?) In ogni caso la varietà di aree tematiche che raggruppano le Room consente di fruire di contenuti che spaziano dallo sport al tech, passando per il tempo libero, l’arte, le lingue straniere, il benessere, la fede e molto altro.

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Ci sono anche aspetti meno positivi che ruotano attorno a Clubhouse. L’applicazione è attualmente disponibile soltanto in lingua inglese. Per poterla utilizzare inoltre non è solo necessario possedere un dispositivo della Mela, ma bisogna anche essere invitati da un contatto già iscritto: questi aspetti fanno risultare l’app poco inclusiva anche se i fondatori si sono affrettati a specificare attraverso il blog ufficiale dell’applicazione che in un futuro non troppo lontano sarà disponibile anche la versione per Android. Quanto all’iscrizione su invito, sul sito di Clubhouse è riportato che “ancora non si è pronti a rilasciare la versione generale” e che comunque si pensa “sia importante far crescere la community lentamente, piuttosto che aumentare di dieci volte il bacino d’utenza dall’oggi al domani”. “Questo aiuta far sì che le cose non si rompano, mantiene la composizione diversificata della community e ci consente di mettere a punto il prodotto man mano che cresce”.

Un altro nodo da sciogliere è quello legato alla privacy: se è vero che sulla piattaforma non resta traccia dei contenuti prodotti, in quanto le conversazioni non possono essere scaricate e vengono definitivamente rimosse alla chiusura delle stanze, è altrettanto vero che, al momento dell’iscrizione, il social richiede insistentemente il permesso di accedere alla propria rubrica telefonica. Consenso che può essere negato, certo, con la conseguente impossibilità di invitare le proprie conoscenze ad usare l’app e risalire alla propria rete di contatti. Un fatto che ha colpito il garante per la protezione dei dati di Amburgo, Johannes Caspar, secondo cui “Clubhouse non soddisferebbe i requisiti del Regolamento europeo sulla privacy (GDPR), in quanto la sua dichiarazione sulla protezione dei dati non terrebbe conto di tali requisiti, non verrebbe nominata una persona di contatto e in più l’app obbligherebbe a condividere la propria rubrica con il servizio”

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