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Cambiare sistema, non clima

Cambiare il sistema, non il clima. E quindi ripensare al modello produttivo e allo stile di vita di ognuno di noi. Lo slogan degli attivisti contro l’emergenza climatica trova, ancora una volta, una sponda scientifica: il rapporto Decoupling debunked, dell’European Enviromental Bureau (Eeb), mette infatti nero su bianco la necessità di rivedere profondamente l’impianto delle politiche economiche. Perché il modello della “crescita infinita”, senza conseguenze per il pianeta, non è realizzabile. E anche la riconversione ecologica dell’economia deve seguire un percorso preciso, più mirato alla “sufficienza” delle risorse che alla ricerca di nuove frontiere per sfruttare altre risorse. Insomma, l’indicazione è quella di una società basata sulla “postcrescita” più che sul mito della crescita.

Un impianto di raffineria di petrolio

Economia circolare sì, ma…

Nella sostanza, il pensiero che emerge dalla ricerca fa riferimento alla “farsi bastare” quel che c’è, ricalibrando addirittura i principi dell’economia circolare.  “Ovviamente, dovremmo impegnarci di più per rendere l’economia più circolare, ad esempio aumentando i tassi di riciclo, ma ciò non sarà sufficiente”, spiega, a Impakter Italia, Tim Parrique, ricercatore dell’Università di Stoccolma, uno degli autori dello studio per l’Eeb. Il motivo? “I tassi di riciclo – sottolinea l’esperto – sono attualmente bassi e aumentano troppo lentamente. I processi di riciclo, poi, richiedono generalmente una quantità significativa di energia e materie prime ed è impossibile – attraverso il riciclo – abbinare i tassi di sostituzione in un contesto di aumento dei consumi”. Da qui la risposta: serve una riduzione degli sprechi, della sovrapproduzione che ha conseguenze negative sull’ambiente. Solo così l’economia circolare può dispiegare i migliori effetti possibili.

La tecnologia non fa abbastanza

La ricerca Decoupling debunked è molto critica su alcuni aspetti. Questo uno dei passaggi più significativi della ricerca: “Il progresso tecnologico non si concentra sui fattori di produzione che contano per la sostenibilità ecologica e non porta a innovazioni in grado di ridurre davvero le pressioni ambientali; non è abbastanza dirompente in quanto non riesce a sostituire altre tecnologie insostenibili” da un punto ambientale. Le tecnologie, quindi, troppe volte non sembrano immaginate per intervenire alla radice.

Parrique si sofferma sui principi economici per arrivare a cambio di paradigma, che richiede anche con un freno al concetto di consumismo: “È stato dimostrato che le economie più industrializzate non solo stanno esaurendo la crescita (ipotesi di stagnazione secolare), ma stanno anche sostenendo più costi che benefici (ipotesi di crescita antieconomica). Quindi lo slogan degli attivisti ambientali ‘cambiamento di sistema non cambiamo il clima” è giustificato: ciò che serve non è altro che allontanarsi dall’estrattivismo e dal produttivismo, lasciando un sistema economico basato sulla crescita che non è adatto per il XXI secolo”.

Foto: Michael Schwarzenberger da Pixabay

La ricetta: stop fossili e green taxes

Fin qui l’aspetto teorico. Ma quali sono gli obiettivi pratici da mettere subito in agenda? Parrique risponde con chiarezza. “Stop all’estrazione di risorse, disinvestimento in combustibili fossili, introduzione di green taxes, investimenti in energie rinnovabili, limiti assoluti sulle emissioni di gas a effetto serra, più una serie di altre politiche volte a far raggiungere l’economia uno stato stabile e sostenibile”. Al fianco delle azioni concrete, però, viene individuata anche la necessità di portare avanti un impegno culturale: “Ciò che deve essere fatto ora è convincere i decisori politici e le persone che un’economia del genere può essere più desiderabile sia socialmente che ecologicamente”, conclude il ricercatore.

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